NATO: tra pretese americane e atlantismo occasionale

Trump è sicuramente uno dei presidenti più controversi che abbiano guidato gli Stati Uniti d’America. Anzi, forse il più controverso. Lo si capiva già in campagna elettorale – probabilmente la più banale e squallida di tutta la storia Americana – condotta insieme a Hillary Clinton, principale responsabile della disfatta di Bernie Sanders, da un lato, dei democratici in generale, dall’altro. Molto si è detto, specialmente di negativo, sul magnate newyorkese divenuto imperatore d’occidente, ma  sebbene egli abbia espresso in passato il suo scetticismo circa l’Alleanza Atlantica, bisogna riconoscere la validità di un suo argomento. L’Europa deve contribuire di più.

In effetti la politica americana sulla NATO non sembra aver avuto alcuna inversione di tendenza rispetto all’amministrazione Obama. Anzi. Nel 2014, al summit dell’alleanza tenutosi in Galles, fu deciso che gli Stati europei si sarebbero impegnati a destinare somma pari al 2% del bilancio alla difesa mentre l’America vi avrebbe destinato un ammontare superiore al 3,5%.

Ora, occorre premettere che talune istanze indipendentiste che da tempo immemore serpeggiano nell’underground dell’opinione pubblica nostrana le quali vorrebbero un’Italia fuori dalla NATO non sono assolutamente da prendere in considerazione. Andrebbero considerate alla stregua delle teorie terrapiattiste che hanno spaventosamente preso piede negli ultimi tempi. La NATO c’è e ci deve essere, essendo il principale garante (insieme soprattutto alle Costituzioni democratiche e in secundis anche all’UE) della pace che dura ormai da ottant’anni su suolo europeo, la più lunga di sempre. Se gli anti-atlantisti sono oggi liberi di esprimere la loro opinione, è sempre grazie allo scudo atlantico. Questo è fuori discussione; come è fuori discussione la necessità di un’alleanza militare tra gli Stati europei qualora gli Stati Uniti, in un lontano o prossimo futuro, dovessero congedarsi con good-bye. 

Fatta questa lunga ma necessaria premessa, veniamo al punto. Questo è che solo cinque degli ad oggi ventinove paesi NATO (USA, Grecia, Polonia, Estonia e Regno Unito) rispettano le soglie stabilite dal summit del 2014. La Germania, con il suo 1,8% di PIL investito nelle forze armate, controbatte sostenendo che i parametri di cui al summit del Galles non erano stati fissati in maniera perentoria. Dispiace per i nostri amici tedeschi, ma se, come ebbe a dire la loro attuale cancelliera: “Regeln mussen angehalten werden” (“le regole devono essere rispettate”, in riferimento ai parametri di Maastricht) allora ciò dovrebbe valere sempre, e non solo quando tale assunto compiace agli interessi nazionali ed economici della Germania, in linea con i più alti principi di solidarietà ed integrazione europea ed internazionale.

In effetti, sarebbe oltremodo necessario non solo che tutti i paesi NATO rispettassero le soglie concordate (peraltro in un epoca in cui in Ucraina e in Siria sta succedendo quel che sta succedendo e con la costante minaccia terroristica di matrice fondamentalista islamica), ma che tale spesa venga detratta dal calcolo relativo ai già citati parametri di Maastricht. Questa sarebbe una corretta e solidale linea da percorrere. In verità, il povero Renzi (prima osannato poi insultato, come Craxi, Berlusconi e Monti prima di lui) ci provò, ricevendo il solito e secco nein di frau Merkel. 

Questa potrebbe, anzi dovrebbe essere una importante battaglia da combattere nelle sedi opportune, insieme ad una incisiva riforma del sistema tributario e della contribuzione lavorativa, una definitiva e decisa riforma della scuola, dei trattati fondanti dell’Unione Europea, della riduzione del numero dei parlamentari, della giustizia amministrativa ecc. Ma da noi si preferisce parlare di vitalizi e di leggi elettorali. Del resto ormai è assodato: la politica italiana è oltremodo inconcludente quanto noiosamente e banalmente ripetitiva.

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Di Ludovico Lenners

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