L’Atomo sciita

Il presidente in carica degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha duramente criticato l’accordo concluso con l’Iran – Stato che continua a far parte dei c.d. “Stati canaglia” o l”Asse del Male” (Come ebbe a definirla il presidente George W. Bush) – circa la produzione ed utilizzo del nucleare. Le critiche del presidente americano sollevate precedentemente al suddetto discorso hanno sucitato, come sempre, numerose risposte e polemiche da parte degli altri leader mondiali: in primis la cancelliera tedesca Angela Merkel che ha ribadito la validità dell’attuale accordo. Con Trump si sà, è difficile distinguere tra le dichiarazioni propagandistiche a fine consensuale e le osservazioni ponderate. Ma andiamo per gradi.

 

 

L’attuale accordo, sottoscritto da Iran e dal c.d. P5(+1) (Regno Unito, Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Germania), risale al 14 Luglio 2015, giorno in cui è stato annunciato, e prende il nome di Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA). Il documento in questione prevede limitazioni dirette ed indirette nei conftronti di Theran nel campo dell’energia nucleare. Queste prevedono l’impegno da parte della repubblica Islamica di scaricare fuori dai suoi confini nazionali il combustibile esaurito nonché il divieto di costruire nuovi reattori di ricerca o comunque altri strumenti che possano separare il plutonio dallo stesso combustibile. E’ stata inoltre disposta la sostituzione del reattore nucleare di Arak con un reattore depotenziato e, dunque, non in grado di produrre grandi quantità di plutonio. Per quanto attiene invece all’uranio, il JCPOA intima all’Iran di eliminare il 98% delle sue riserve di uranio arricchito e di smantellare il due terzi delle centrifughe preordinate all’arricchimento dello stesso esistenti sul territorio nazionale al momento della conclusione dell’accordo. In cambio dell’applicazione delle restrizioni imposte dall’accordo, l’Iran ottiene le seguenti principali cocessioni: la sospensione delle sanzioni dovute allo sviluppo del suo programma nucleare, lo slittamento di cinque anni delle restrizioni relative all’acquisto di armi e la cancellazione, passati otto anni dall’entrata in vigore del JCPOA, del divieto di costruzione di missili balistici “potenzialmente capaci di raggiungere gli Stati Uniti” (Iran Nuclear Agreement – Summary and Analysis, Chairman Ed Royce, House Commettee on Foreign Affairs). Gli altri Stati parte inoltre, si impegnano a fornire le conoscenze, le risorse e gli standard necessari affinché il programma nucleare iraniano si svolga nel quadro della più pacifica convivenza e cooperazione internazionale per lo sviluppo dell’energia nucleare a scopo civile.

 

Questo il quadro generale dell’accordo. Ma è davvero efficace ?

 

Per comprendere se lo sia o meno, occorre premettere che il contenuto del JCPOA si basa sostanzialmente sulla convinzione, avallata dagli esperti sul cui lavoro si basa quanto stabilito, che l’Iran non sarà in grado, in virtù delle limitazioni di cui sopra , di produrre il quantitativo di plutonio e di uranio arricchito necessari ad armare testate nucleari nel giro dei prossimi dieci o quindici anni sulla base del suo potenziale dichiarato. Si badi bene: potenziale dichiarato. In effetti si sa, non di rado nella Storia di questo piccolo pazzo pianeta gli attori della scena internazionale sono ricorsi a sotterfugi e misure in barba ai trattati ed al diritto internazionale per mettere gli avversari dinnanzi a un fait accompli. Così fu nel del riarmo della Germania negli anni ’30 e, in parte, nel caso di Brest-Litovsk; così è stato per lo sviluppo del programma nucleare Nord Coreano (tuttora in corso) e così, infine, potrebbe essere per l’Iran. Tuttavia sarebbe sciocco ritenere che gli americani e il loro impero di alleati non avessero pensato a tale eventualità. In effetti, qualora gli Iraniani venissero colti nel venir meno agli obblighi sanciti dal JCPOA, ciò comporterebbe l’inasprimento delle sanzioni e l’eventuale ricorso a misure di tipo militare, rispetto alle quali, in base all’accordo, le strutture predisposte al programma nucleare dell’Iran dovrebbero essere particolarmente vulnerabili.

 

 

Da quanto appena esposto, questo accordo sembrerebbe perfetto. Nulla è perfetto. Difatti, gli stessi ricercatori del Belford Center della Harvard Kennedy School ritengono difficile prevedere come la questione disciplinata dall’accordo in questione si evolverà nel giro dei prossimi quindici anni. Al termine degli stessi, infatti, tutte le limitazioni del JCOA verranno meno e nulla potrà impedire allo Stato dell’Ayatollah di sviluppare ulteriormente il proprio programma nucleare; nemmeno ulteriori pressioni da parte della comunità internazionale, per altro difficilmente giustificabili, giacché in quel tempo l’Iran potrà continuare la sua ricerca nucleare essendosi perfettmente attenuto alle condizioni dell’accordo. Secondo gli studiosi citati, così come secondo i sostenitori dell’amministarazione Obama – fautrice principale dei negoziati – nel caso in cui l’Iran, durante tutta la vigenza dell’accordo, dovesse provvedere ad uno sviluppo segreto – e quindi non dichiarato – del suo progetto energetico per fini militari, questo sarebbe facilmente verificabile da parte dei previsti controlli di delegati delle Nazioni Unite così come dalla rete di spionaggio della NATO e dei suoi alleati.

 

 

Ora si sa, il confutare l’operato del governo da parte dell’opposizione è parte integrante delle logiche e dinamiche di qualunque sistema politico. Tuttavia, le critiche mosse dai Repubblicani ed in generale dai detrattori del JCPOA non sono senza fondamento. In particolare, per quanto concerne l’aspetto appena descritto, bisogna notare come i suddetti controlli dell’ONU sono naturalmente soggetti a una fase amministrativa preliminare volta all’ottenimento delle autorizzazioni necessarie da parte dello Stato ospitante onde poterli effettuare; procedure che hanno una durata media di 24 giorni. In questo periodo dunque, secondo i contrari all’accordo, gli Iraniani potrebbero facilmente provvedere affinché la loro attività sotterranea non venga intercettata dagli addetti ai controlli. Va peraltro notato che, alla luce del fatto che l’Iran, alla scadenza dell’accordo sul nucleare, sarebbe potenzialmente ed eventualmente in grado raggiungere il livello di sviluppo nucleare del Giappone; nazione che non è certo di poco conto sia dal punto di vista economico che militare (avendo recentemente modificato l’articolo 9 della Costituzione nipponica che prevedeva il divieto di costituire un esercito) giacché, come sopra specificato, l’accordo prevete lo smaltimento dell’uranio già arricchito e non delle strutture di arricchimento dello stesso.

 

 

Su queste basi, fin dal momento della conclusione dell’accordo, sebbene la presidenza di Obama avesse giustificato il suo operato asserendo che il JCPOA avrebbe prolungato i tempi necessari all’Iran per dotarsi dell’arma atomica – 0nell’insufficienza dell’accordo del 2013 -, il Pentagono ha espresso le sue preoccupazioni. Inoltre, secondo i critici più accaniti, il surplus derivante dalla sospensione delle sanzioni all’Iran potrebbe essere da esso reinvestito nel finanziamento di gruppi sovversivi (vedi Hezbollah o Hamas) attivi in Medio-Oriente, contribuendo così ad un ulteriore peggioramento dell’instabilità regionale. In definitiva dunque, paiono almeno in parte condivisibili le critiche rivolte all’accordo che ne metterebbero in risalto l’insufficienza, sia dal punto di vista temporale che da quello delle misure adottate.

 

 

Tornando a noi per concludere, la dichiarazione del Presidente Trump circa il fatto di aver “già preso una decisione ma non la dico” ha inevitabilmente scosso l’Iran, che ha infatti rilanciato, come gli altri Stati contraenti. In che modo la questione si evolverà è incerto, ma occorre tenere presente un argomento particolarmente forte dei pro-JCPOA, ovvero il fatto che, ove l’accordo venisse stralciato – sebbene possa sembrare in questa sede necessario -, sarà difficile intavolare un nuovo negoziato poiché è forte il rischio di una frattura all’interno del fronte dei P5(+1). Frattura che rischia di minare la compattezza di una delle due parti contraenti, già fortemente influenzata in senso negativo da una difficile intesa dei paesi occidentali con un presidente americano “non convenzionale”. Infine, sebbene sia ormai prassi consolidata il fatto che l’inquilino della Casa Bianca non si senta in dovere di giustificare in termini istituzionali le sue scelte e dichiarazioni, sarà difficile per gli USA – paese particolarmente osteggiato dall’Iran in virtù di quella che per loro può essere definita come la questione Israeliana – muovere il mondo libero ad adottare misure sanzionatorie (o peggio, coercitive) contro un paese che ha agito nel pieno rispetto dei vincoli e degli accordi internazionali.

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Di Ludovico Lenners

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