Il compagno conte Max

Di Massimo D’Alema sicuramente non si può dire che sia appassionato dei silenzi. Tra le notizie recenti una sua dicharazione, un suo monito, un suo parere: qualcosa si trova sempre.

 

Spigliato, per la verità, lo è sempre stato. Come dimenticarsi, infatti, della fraterna amicizia col Compagno Occhetto. Ah, ma che bella coppia quei due! Quelli sì che son due marxisti coi controcavoli. Mentre questo nomina quello direttore dell’Unità, l’altro lo celebra in ogni pubblica occasione. Tra uno sguardo ammiccante, tra una frase a metà completata dal fido spasimante. Nel gioviale clima di Botteghe Oscure si stava per inscenare però la più classica delle pantomime parabolsceviche. Languido strisciava inesorabilmente il tradimento. Non furono forse i bolscevichi a prevalere sui menscevichi all’interno dello stesso Partito Operaio? Fu o no Stalin a levare di torno Lenin e Trockij? Pincopallino o Togliatti votò in Costituente a favore dei patti lateranensi? Così come aveva esautorato qualche anno prima il caro Natta, cui, poveraccio, era venuto un coccolone, così Max rottama il buon Achille, reo di aver preso la bastonata dal Cavaliere in quelle sciagurate elezioni del ’94. Quel tarchiatello impreditore gli sarà sembrato Manna dal cielo, quando gli permise di divenir timoniere solitario di una bagnarola che per la verità sembrava già imbarcare galloni d’acqua. Sarà proprio il Berlusca, poi, a completare l’inabissamento.

 

Faber est suae quisque fortunae.

 

Del suo amico (?) Mattarella, poi, non credo abbia le medesime capacità furtive d’austerity. Dei ninja ,però, qualcuno gli attribuisce altre doti: l’elusività d’un’anguilla, l’imprevedibilità d’un giaguaro. Elusivo, come quando nel ’97 abdicò alla sua Bicamerale; imprevedibile, come quando baldanzoso asseriva che quella Commissione era morta, e sia chiaro, [simulare un trombone, in luogo di vocerella bianca, ndr.] “non è un suicidio nè un ictus; è un omicidio e l’assassino si chiama Silvio Berlusconi”. Cronaca da dott. Nordio e farisei che fosse stato proprio baffetto d’acciaio a fuggire d’innanzi alla carica togata, riscoprendosi rispettoso quand’era prima tracotante. Lesa maestà: tarallucci, vino e animi in pace sulle riforme costituzionali.

 

Abbattuto quel Boeing che avrebbe potuto mantenerlo in un cielo di Palazzo Chigi addensato di semipresidenzialismo, per un paio d’anni non fu più lo stesso. Da che era fiero, superbo, ferreo come solo certi comunisti sanno essere, adesso era sgonfiato, passivo e remissivo, come solo certi comunisti sanno essere. La botta finale gliela diede, pensate un po’, quel buontempone di Francesco Storace. Epurator, marciò su Roma e sul Lazio. Figuratamente, s’intende. Camerata armato di cesoie anti-barbigi, divenne presidente di Regional GIVNTA. E Capitan Spezzaferro si dimise.

 

Ma un passo indietro. Prima di lasciare la poltrona, Max aveva già compiuto un’impresa memorabile: contribuire, rectius, incitare allo spolpamento di Telecom. Glorifica i “capitani coraggiosi Padani” (sic!) che acquisiscono la multinazionale telematica. Padani lo eran pure, ma coraggiosi un po’ meno: leverage buyout, contanti in tasca, trasferimento d’azienda e biglietto per un posto caldo, il più caldo possibile. Con tanti cari saluti.

 

Nel 2007 è tra i sansepolcristi del Partito Democratico. Si perdoni l’ossimoro, che forse oggi ossimoro non è più. Il suo nome di qui comincia a circolare, si insinua, è ripetuto a mezza bocca, ma si fa sempre più forte. Per il Quirinale è un candidato perfetto. Non a caso, infatti, non si candida per le politiche del 2013: si è già posto al di sopra delle istituzioni, gioca d’anticipo quale garante della Carta. Gli arriva addirittura l’endorsement di pezzi grossi della Destra come Ferrara, Feltri e Paolo Guzzanti. Ma niente, anche stavolta gelida cronaca di 4 inverni fa: gli vien preferito Marini, che però, da parte sua, non sarà concorrente di miglior sorte.

 

 

Almeno questo.

 

 

Balziamo ancora. Giorni nostri. Dell’Aiace d’origini Lucane son rimasti i sorrisi, gli ammiccamenti, le vanterie. Abbiamo iniziato, infatti, sottolineando la sua perdurante assidua presenza tra i mezzi di comunicazione di massa. Ma il lupo, ahinoi, sembra aver perso lo smalto d’un tempo. Bastonato da un ragazzino di paese, mesto cerca la guida d’un partito che allo stato è senza nome, senza elettori, senza passato, ma si spera (per lui) con un futuro. Al suo fianco, la vecchia guardia: Bersanone nazionale. Della stima e del rispetto da parte del centrodesta di cui ha goduto almeno per due lustri, nessuna traccia. Spesso è ospite dalla Gruber, ma anche lì i suoi son comizi spelacchiati, il capitale non ha più ragion di tremare. Per carità eh, come detto, le caratteristiche vanesie di un tempo son sempre là, spiattellate in access prime time. Cionondimeno, riecheggiano quei versi: “guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: i’ vegno per menarvi a l’altra riva ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo”. Ironia della sorte, son endecasillabi composti da un concittadino di quel manigoldo d’un siluratore.

 

 

Ad ogni modo, quale ottimo Caronte, il Nostro ha sì traghettato a lungo. Ma, adesso, sembra esser rimasto il solo sulla barca.

 

 

Resistere, resistere, resistere. Resisti Massimo.

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Di Mauro Dario Rufini

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