La crociata dei poveri

Il referendum del primo ottobre in Catalogna è incostituzionale e dunque eversivo. Non mi stancherò mai di ripeterlo, per quanto sia naturalmente frustrante dover ripetere l’ovvio. Eppure, viviamo in un epoca in cui l’ovvietà non solo viene spesso non riconosciuta come tale, ma addirittura cronicamente confutata da certa arrogante ignoranza con argomenti che non stanno né in cielo né in terra.

 

 

Molte se ne sono dette, e chissà quante ancora se ne diranno (di scemenze). Cominciamo da Matteo Salvini, il quale ha l’altro giorno ribadito a “dalla vostra parte” su Rete4, la legalità del referendum circa l’autonomia della Lombardia, prendendo dunque implicitamente le distanze dai promotori referendari catalani. Bene Salvini, se non fosse che subito ha rincalzato, dando naturalmente la colpa di quanto accaduto all’Unione Europea, ormai costantemente indicata come colpevole di tutte le malefatte compiute in questo mondo e quell’altro, come se c’entrasse veramente qualcosa con la questione catalana. Se fosse più presente a Strasburgo, dove percepisce il suo lauto stipendio da europarlamentare, il leader del carroccio saprebbe che la Commissione Europea ha preso una posizione assolutamente non divergente dalla sua: “il referendum è illegale ma la violenza va condannata”. Ma probabilmente lo sa.

 

 

Non poteva poi mancare l’intervento del presto papà che continua a giocare a “V per Vendetta”: il caro Alex Di Battista. L’ottimo Dibba, dopo aver fatto un parallelismo, nel suo libro, tra una fabbrica in America Latina dove le rappresentanza sindacali e gli operai hanno subito violenze di ogni genere, omicidio compreso, e l’Italia di oggi (facendo naturalmente finta che le situazioni siano assolutamente comparabili), torna, come di consueto, a pubblicare post su Facebook. In tale occasione ha sarcasticamente affermato che “la corruzione, in Spagna e in Italia, si può anche tollerare, ma un popolo che decide come, quando  e perché votare no. E le chiamano democrazie”. È dunque lecito supporre che al DAMS (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo) nel quale il giovinotto pentastellato si è distinto nello studio, abbiano previsto un corso apposito di Storia delle relazioni madrileno-catalane e che dunque egli parli con piena cognizione di causa. È chiaro che alla domanda se il Dibba come i suoi discepoli conoscano o meno la Storia di Spagna e Catalogna la risposta, si presume, sia quella di sempre: “ci stiamo lavorando” cit.. Ma bisogna comprenderlo il nostro guevarista dei “percorsi democratici belli”, non può certo sapere cosa sia la democrazia dal momento che il suo stesso partito la decanta parecchio ma non la applica affatto quando c’è da designare i “candidati premier”.

 

 

Andiamo avanti ? Andiamo avanti.

 

 

Altro argomento che questi giorni ha tanto rimbombato sulle casse di risonanza del web e della strada è che “la Costituzione (quella Spagnola) è solo un pezzo di carta”. Coerenza imporrebbe a questi signori di ricordarsi, ogni qual volta il governo di turno ha provato a emendare la nostra Legge Fondamentale, quanto veementemente si fossero opposti, sotto la bandiera de “La Costituzione non si tocca”. Ma anche qui, bisogna avere pazienza, la maggior parte di loro probabilmente la parola coerenza non sa neanche come scriverla. È interessante osservare quanto riescano a essere ipocrite le masse. Già me li immagino, il giorno in cui il Veneto dovesse dichiarare la sua indipendenza seguendo l’esempio catalano, correre sulle loro pagine dei social e postare, tra un “buongiornissimo” e l’altro, violentemente rivendicazioni patriottiche e risorgimentali, quando non apertamente duciste.

 

Tutto questo dimostra quanto alcune persone, nel profondo, siano radicalmente inadatte alle logiche del sistema democratico rappresentativo e costituzionale, il quale ha perso ormai il rispetto da una sempre più larga fetta di popolazione, per quanto  costituita per la maggiore da analfabeti funzionali.

 

In un paese al collasso, diviene dunque tempo per le intelligenze della nostra Nazione, che pur ci sono, di reagire. Non se ne può più. E’ tempo che si dichiari guerra. Una guerra culturale combattuta a suon di libri che possa restaurare un’Italia colta, un’Italia che non cada nei tranelli della menzogna politica, un’Italia che sappia votare e lavorare. L’alternativa è il disastro e l’oblio.

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Di Ludovico Lenners

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