Bombonerazo

La Bombonera, Buenos Aires, Argentina. Ore 20.30 locali: Argentina-Perù.

 

L’Albiceleste è chiamata a vincere, c’è anche la Doce a spingerla, Messi e compagni sanno che non possono più sbagliare.
Il Perù, dall’altra parte, con acqua e viveri al seguito, non ha nessuna intenzione di cedere il passo e di chinare il capo. Per capirlo basta guardare in volto i ragazzi di Gareca. Quella partita l’avrebbero giocata perfino all’Inferno. La Bombonera non li spaventa.

 

E si vede subito.

 

La partita non è bella, tutt’altro, è maschia, come la volevamo e come ce l’aspettavamo, del resto. Passa qualche minuto, infatti, e Biglia solleva Peña da terra con un intervento decisamente poco ortodosso. Pochi minuti più tardi il Perù risponde per le rime, prima con Farfan su Banega, poi con Tapìa, sempre su Banega. Volano cartellini gialli. Benvenuti in Sud America.

 

Nel frattempo, pur non giocando bene, l’Albiceleste crea, ma non concretizza. La Bicolor si difende come può, restando corta,  compatta, pronta a ripartire ed intenzionata a stroncare sul nascere le sortite del Diez di Rosario, unica vera fonte di gioco di un’Argentina in palese crisi d’identità. Un’Argentina che ha paura. Un’Argentina che rivede i fantasmi del passato, quando correva l’anno 1969, sempre alla Bombonera, sempre contro il Perù. Quando il due a due finale significò Perù a Messico ’70 e Argentina a casa.

 

Col cronometro che corre, i contorni di quei fantasmi cominciano a delinearsi e a farsi più chiari, quasi reali. L’Argentina tutta si affida disperatamente al suo numero 10. Negli ultimi venti minuti i palloni passano tutti da lui. La paura di tutti scaricata nei piedi di uno solo. La speranza di tutti nei piedi di uno solo. Ma prima il palo, poi il muro difensivo bianco-rosso, poi ancora Gallese in stato di grazia, si oppongono alla Pulga e all’Argentina.

 

Tutto sembra fermarsi al minuto 88 quando Messi viene atterrato a circa 20 metri dalla porta. Si rialza e prende il pallone tra le mani. La Bombonera si ammutolisce e attende. In un giorno normale, da quella posizione, con quel giocatore sul pallone, ci si aspetta di vedere la palla sotto l’incrocio dei pali, l’Argentina in vantaggio, qualificata ai Mondiali e fine dell’incubo. Ma questo non è un giorno normale. Messi calcia, male, ed il tiro si infrange sulla barriera assieme alle speranze del popolo argentino. La Selecciòn non ne ha più. Anzi, a battere un colpo è il Perù con Guerrero, che a tempo quasi scaduto rischia di fare ciò che in un giorno normale avrebbe fatto Messi pochi minuti prima.

 

Ma questo non è un giorno normale. Neanche all’Estadio Metropolitano, dove si affrontano Colombia e Paraguay. Al minuto 87 i Cafeteros conducono per 1-0 con in tasca il pass per Russia 2018. Il risultato è tutt’altro che favorevole all’Argentina perché se finisse così il Perù, prossimo avversario della Colombia, si troverebbe di fronte una squadra già qualificata e decisamente meno motivata. E se il Perù vincesse con la Colombia, per la Selecciòn non ci sarebbe nulla da fare.
Poi, però, tutto cambia: Cardozo prima e Sanabria poi, rispettivamente al minuto 89 e 92, capovolgono la situazione, in quello che non può essere un giorno normale. Vince l’Albirroja, che torna clamorosamente in gioco per un posto nel mondiale, e che se la vedrà col Venezuela. La Colombia perde, e sarà battaglia con il Perù.

 

L’Argentina esce a testa bassa dalla Bombonera, coi fantasmi del passato a braccetto con quelli del presente a turbarne lo stato d’animo, ma ringrazia. Ringrazia perchè qualche Dio del calcio ha deciso, forse immeritatamente, di concedergli un’altra opportunità, perché qualche Dio del calcio ha voluto che l’Albiceleste si reimpossessasse del proprio destino. Perché, ancora una volta, dipenderà solo da loro. L’appuntamento, quindi, è a mercoledì notte, per un’altra pazza noche de Fútbol.

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Di Davide Schinella

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