Messianico

Ti inseguono. Scappi, ma continuano a rincorrerti. corri più forte che puoi. Poi il dirupo davanti, un salto nel vuoto. L’ansia sale ed il respiro si fa affannoso. Ad un passo dalla tragedia, ad un passo dal vuoto. Ansia. Disperazione. Ma soprattutto paura.

 

Poi apri gli occhi, qualche goccia di sudore solca il viso. Il battito del cuore, prima accelerato, comincia ad attenuarsi. Il sospiro di sollievo finale conferma che è tutto finito, che è stato soltanto un brutto incubo.

 

Deve essersi sentita così l’Argentina, deve essersi sentito così Leo Messi, destato dall’incubo, ad un passo dal vuoto.
Proprio quando sembrava finita, proprio quando sembrava troppo tardi, l’Albiceleste ha riaperto gli occhi e ha posto fine all’incubo.
Un incubo che, al primo minuto di gioco, sembrava sempre meno incubo e sempre più realtà: il gol di Romario Ibarra era pronto a spingere l’Argentina nel baratro.

 

Ma, l’avevamo detto giorni fa, qualche Dio del calcio aveva deciso di dare all’Albiceleste un’altra, forse immeritata, opportunità. E qualche Dio del calcio ha deciso che questa opportunità venisse sfruttata a pieno.
Ma se il Dio di qualche giorno fa era qualcosa di astratto ed iperuranico, quello della notte di Quito, è visibile, reale, umano (forse): è nato a Rosario, porta la maglia numero 10 e si chiama Lionel Messi.
È il Dio del calcio sceso in terra, la personificazione dello stesso. L’uomo del destino. L’uomo della Provvidenza.
Al 12′ l’ha ripresa, al 20′ l’ha ribaltata, al 62 l’ha suggellata.

 

Messi. Messi. E ancora Messi. Tripletta d’autore, da solo contro tutti: da solo perchè, ancora una volta, la prestazione dell’Argentina ha lasciato a desiderare, contro un avversario nettamente inferiore; contro tutti perchè qualcuno era riuscito a criticarlo, questo Dio del calcio, accusandolo di non essere un leader, di non riuscire a fare la differenza nell’Argentina.

 

Anche contro di loro ha giocato Leo Messi: e così, se mai ce ne fosse bisogno, e come se non bastasse essere il miglior marcatore di sempre nella storia dell’Albiceleste con 58 gol all’attivo (prima del match), è arrivata la tripletta, a spazzar via le critiche dei detrattori, a spingerli ad un mea culpa, a riportarli alla venerazione pura e semplice, senza se e senza ma. Perché senza Messi, molto probabilmente, l’Argentina non ce l’avrebbe fatta.

 

Al mundial, dunque. Faticosamente, ma al mundial. E questo conta, per ora.
Perché ci sarà tempo per resettare tutto; per riprendersi definitivamente dall’incubo; per ricominciare da capo.
Perché questo dovrà fare l’Albiceleste.
Il tempo, e Russia 2018, ci diranno se la tripletta di Messi e la vittoria contro l’Ecuador, oltre che le critiche, avranno spazzato via anche i fantasmi del passato, e se quindi l’Argentina potrà veramente dire la sua nel prossimo Mondiale.
L’importante, ora, è aver riaperto gli occhi, aver posto fine all’incubo, aver gridato ancora una volta, seppure in ritardo, al mundial.

 

Non una novità, dunque, nessuna data storica da ricordare nella notte di Quito.
Ma il 10 Ottobre 2017 resterà comunque nella storia.
Nella storia di Panama, per la prima volta al Mondiale, inaspettatamente ed in maniera del tutto irrazionale.
Gli Usa, infatti, si presentavano all’ultima giornata con la qualificazione ad un passo, con 2 punti di vantaggio sulle dirette inseguitrici, Panama e Honduras, e con l’impegno, sulla carta tuttaltro che difficile, contro Trinidad e Tobago, ultimo e già eliminato.
L’epilogo sembrava già scritto. Ma più volte il calcio ci ha dimostrato come niente, in questo sport, possa darsi per scontato ed in questo caso non ha fatto altro che ricordarcelo.

 

Gli Usa cadono, inaspettatamente, contro i caraibici, perdendo 2-1.
A Panama il risultato fa comodo, ma non basta perchè all’88’ sono ancora fermi sull’1-1 contro il Costa Rica.
Poi il miracolo (o meglio, il secondo miracolo dopo quello del minuto 54 quando l’arbitro convalidava il gol (fantasma) del pareggio): una palla buttata in avanti dalla difesa,
la classica palla della disperazione, quella dell’ultimo minuto. Una spizzata di testa prolunga la traiettoria verso l’area di rigore dove accorre Roman Torres.
Una nazione intera ad aspettare, quel momento.
Torres tira e scaraventa il pallone in fondo al sacco.
I secondi immediatamente successivi sono già storia. La telecamera che trema, lo stadio che esplode, il commentatore che piange. E Panama ai Mondiali, per la prima volta nella storia.

 

La fine di un incubo per l’Albiceleste, l’inizio di un sogno per Panama. Prospettive diverse, aspettative diverse, ma lo stesso grido: “al mundial!”


Di Davide Schinella

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