Davide su Golia

Ci son giorni che nascono col destino già segnato, col copione già scritto.
E magari qualcuno proverà a modificarlo quel copione, a distorcerlo, trasformarlo, complicarlo. Ma non riuscirà a cambiarne l’epilogo, perché scritto a penna indelebile.

Sabato scorso, ad esempio, è stato uno di quei giorni nati col destino già segnato. E Juventus-Lazio una di quelle partite col copione già scritto, quelle in cui non puoi cambiare il finale, in nessun modo e con nessun mezzo.
Un thriller dalla trama ingarbugliata, in cui quello che all’inizio sembra scontato diventa via via improbabile, in cui ciò che prima è impossibile, diventa verosimile, quasi reale. In cui, però, il finale è già scritto, e nessuno può modificarlo.

Un thriller che inizia alle 18, quando a Torino va in scena Juventus-Lazio.

I padroni di casa hanno fatto dello Stadium un fortino inespugnabile, l’ultima sconfitta risale a più di 2 anni fa, datata 23 Agosto 2015. Da allora 57 risultati utili consecutivi (50 vittorie e 7 pareggi). Numeri da capogiro, com’è da capogiro pensare che la Juventus, dal giorno del debutto allo Stadium l’11 Settembre 2011, ha perso, tra campionato e coppe, soltanto cinque partite tra le mura amiche.

La Lazio, dal canto suo, viaggia ad alti ritmi e ha voglia di far bene.
Inzaghi a guidarla, 1500 tifosi a spingerla verso l’impresa. Ma con la consapevolezza di essere in terra nemica, la più temibile delle terre nemiche, quella da cui in pochi sono usciti indenni.

Lo spettatore si siede. Il finale è scontato, numeri alla mano. Sarà vittoria Juventus, difficile se non impossibile pensare ad un epilogo diverso.

Passano pochi minuti, infatti, e Douglas Costa porta in vantaggio i suoi.
Il thriller sembra già indirizzato verso uno scontato finale: la Vecchia Signora il killer; la Lazio, indifesa ed ora impaurita, nel fortino inespugnabile dello Stadium, la vittima.
Si va al riposo con la Juventus in vantaggio. Lo spettatore ne è sempre più convinto: la Juventus ucciderà la Lazio. La terrà sulle spine in fin di vita, la farà soffrire e poi, quando magari questa darà segnali di risveglio e di ribellione, la finirà impietosamente, dimostrando ancora una volta che lei, anche soltanto con il minimo sforzo, può far fuori chiunque, soprattutto lì, soprattutto allo Stadium.

Ma ci son giorni che nascono col destino già segnato.

A pochi minuti dall’inizio del secondo tempo, Ciro Immobile riporta il risultato in parità dopo un’azione da manuale. Immobile scarica per Milinkovic e attacca lo spazio. Milinkovic la dà a Luis Alberto, che in profondità serve proprio Immobile. E lui, da lì, non sbaglia.
Il gol ferisce la Vecchia Signora. Lo spettatore sobbalza per un colpo di scena che non si aspetta.

Il thriller, ora, si fa interessante. Ed è bello per questo: perchè quello che è scontato, poi in realtà si rivela non esserlo. Perchè quello che sembra impossibile diventa via via probabile, verosimile, quasi reale.
La vittoria della Lazio era impronosticabile, al limite dell’impossibile.
Al minuto 54, invece, diventa quasi realtà: Milinkovic lancia Immobile in profondità. La palla è leggermente lunga, ma l’attaccante la tocca quel tanto che basta per anticipare Buffon, che lo stende, ancora una volta, come in Supercoppa.
E come in Supercoppa sul dischetto va lo stesso Immobile.
E come in Supercoppa la palla finisce in fondo al sacco.
Il settore ospiti esplode, il resto dello Stadium è ammutolito, incredulo.
Lo spettatore rimane a bocca aperta davanti ad un copione che non si aspettava, ma che in fondo sperava di vedere.
Il killer e la vittima capovolti, in un paradosso inspiegabile ma affascinante allo stesso tempo.

E non finisce qui. Perchè c’è ancora un capitolo da vedere. Un capitolo che soltanto il più folle degli sceneggiatori poteva decidere di scrivere.

Al minuto 94.55, Patric stende Bernardeschi in area di rigore. L’arbitro non fischia ma il VAR controlla, silente. A 5 secondi dalla fine del tempo regolamentare, quando il thriller sembrava volgere verso un finale inaspettato, arriva l’episodio che può riportare tutto ad una sorta di normalità, a quel finale in qualche modo prevedibile.
I secondi scorrono sul cronometro e, come tutti i thriller che si rispettino, la suspance sale.
L’arbitro viene chiamato a controllare il VAR. Altri secondi passano, inesorabili. Poi la decisione. È calcio di rigore.

L’esplosione dello Stadium, lo sbigottimento e la rabbia dei tifosi laziali, ad un passo dall’impresa, ad un passo dal sogno.
Lo spettatore ormai in punta di divano, incollato al televisore, ad aspettare il finale del thriller col cuore in gola.

Sul dischetto va Dybala. Contro Strakosha. Sono secondi interminabili, per tutti.

L’arbitro fischia. Dybala comincia la sua rincorsa. Il tifoso bianconero pronto ad esultare, quello biancoceleste quasi rassegnato a vedere la palla finire in fondo al sacco, lo spettatore sempre più affascinato dal thriller e disposto a qualsiasi finale.
Dybala calcia. Tutto si ferma. Tranne Strakosha. Che indovina il lato giusto e respinge il pallone.

Subito dopo arriva il triplice fischio. Dybala crolla a terra, in lacrime. La Lazio si stringe in un abbraccio liberatorio, insieme ai suoi tifosi. L’abbraccio di chi è arrivato a Torino in punta di piedi, disposto a lottare e soffrire, l’abbraccio di chi effettivamente ha lottato e sofferto, l’abbraccio di chi, però, alla fine ha vinto e che ora torna a casa con un’impresa storica. I tifosi bianconeri abbandonano lo stadio increduli, beffati per la seconda volta in questa stagione da una Lazio che sembra aver capito come scalfire le certezze della Juventus. Lo spettatore, è allibito davanti lo schermo. È successo l’inverosimile. L’impossibile è diventato realtà.
Perchè ci son giorni che nascono col destino già segnato, col copione già scritto. E magari qualcuno proverà a modificarlo quel copione, a distorcerlo, trasformarlo, complicarlo. Ma non riuscirà a cambiarne l’epilogo, perchè scritto a penna indelebile.
Indelebile, appunto.


Di Davide Schinella

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