La Malta che non conoscevamo raccontata da Daphne Capuana Galizia

Fa molto scena da strage di mafia in Sicilia la fotografia che da un paio di giorni è diventata virale su Internet, e che ritrae l’auto di Daphne Caruana Galizia rimasta carbonizzata a seguito di un click da telecomando. Impossibile non pensare all’attentato al giudice Falcone e agli uomini della sua scorta, avvenuto ben venticinque anni fa in un’isola diversa, ma con la stessa dinamica.

 

Siamo a Bidnija, nell’isola di Malta, quando una Pejeaut 108 esplode, alle 15.00 del pomeriggio, a pochi metri dall’abitazione della giornalista maltese. Galizia una mezz’ora prima aveva aggiornato Running Commentary con quello che, a sua insaputa, sarebbe stato l’ultimo post. Poco dopo, si avvertiva un boato. Mentre per la giovane giornalista, solo il buio. Finiva tutto. Finivano i post quotidiani, gli articoli d’inchiesta, e così lo scoperchiamento dei peggiori scandali dell’isola; allo stesso modo cessavano di vedere la luce le rivelazioni e le intercettazioni sugli uomini politici più influenti. Si interrompeva la vita di una giovane donna, solo cinquantatré anni, e con essa cessava di esistere anche la gioia della famiglia che la immaginava rincasare, come ogni giorno. «Se le parole sono perle, il silenzio vale di più». Eppure le minacce non erano tardate a presentarsi. La blogger ne aveva ricevute di diverse, alcune via web, altre, addirittura scritte sul muro di casa. Nel 2006 aveva già subito l’incendio alla sua auto per un articolo sulla corruzione; a febbraio dello stesso anno, le avevano fatto sapere che la sua presenza ad una cerimonia di governo non era gradita. Ad una quindicina di giorni fa, risalivano delle vere e proprie minacce di morte. Effettivamente, a Galizia si deve il contributo ad aver svelato lo scandalo dei Panama Papers, ed in particolare i “Malta Files“, delle dure inchieste che coinvolgevano il governo della Valletta,  indicando Malta come “lo Stato nel Mediterraneo che fa da base pirata per l’evasione fiscale nell’Unione europea”.

 

“Ci sono criminali ovunque, la situazione è disperata”, così aveva gridato emergenza virtualmente, appena mezz’ora prima di lasciare il mondo, l’ex giornalista. Il bersaglio preferito di Daphne era Joseph Muscat, Premier di Malta. L’uomo, dal canto suo, aveva sempre rigettato tutte le accuse, bollandole come “fake news“. Ma nella primavera la giornalista, avendo visto bene sul vuoto politico che di lì a poco avrebbe condotto il governo maltese ad indire elezioni anticipate, e temendo per la sua incolumità, si teneva pronta a lasciare l’isola.

 

A Dicembre, il sito politico.eu la inseriva nell’annuale lista delle 28 persone più influenti. A Giugno, il laburista Muscat vinceva le elezioni e qualche giorno fa, nonostante abbia ricordato che Galizia era fortemente critica nei suoi confronti, si è rifiutato di giustificare un atto talmente barbaro, ed ha anzi definito la morte di Daphne “un perfido attacco alla libertà di espressione“. Il premier si è sempre detto convinto di poter dimostrare la sua innocenza, ma l’ambiguità di tale vicenda si intreccia con altre indagini che vedono coinvolto anche l’ex capo dello staff di Muscat, Keit Schembri. Il suo nome è uno tra i primi a comparire nei Panama Papers insieme a quello di un altro noto esponente politico, Konrad Mizzi, ex Ministro dell’Energia. Entrambi sono legati alle società off-shore registrate nello Stato dell’America Centrale.

 

D’altronde Malta, com’è ben noto, non è quel tipo di Paese che si possa annoverare tra i maggiori custodi di legalità e giustizia, per non dire che diverse sono le piccole e grandi realtà di crimine organizzato ben insidiate nei suoi apparati politici e burocratici, nelle forme più indivisibili ed invisibili. Il coinvolgimento dell’isola nel circuito dei traffici internazionali, ha fatto sì che il governo maltese consolidasse delle “comode” relazioni con un losco figuro maltese residente a Londra, noto per aver fatto transitare su un conto corrente della Barclays International, in Jersey, un milione di dollari sul conto di Dalia, capo dell’opposizione maltese. Come se non bastasse a coronare uno scenario di per sé tragico, nei mesi scorsi la blogger si era occupata di quel contrabbando di petrolio che, partendo dalla Libia, si ferma al largo di Malta, e dopo essere transitato a bordo di petroliere russe, fa rotta verso l’Italia.

 

Un sistema che provoca un danno alle casse italiane di “solo” qualche centinaia di milioni di euro. Ma d’altronde, Malta, poco più grande dell’isola d’Elba e abitata da non oltre 450mila cittadini, negli ultimi dieci anni ha privato i paesi europei di circa 8,2 miliardi. A un anno fa erano iscritte alla camera di commercio 53.247 società per 78mila proprietari. Soltanto nel 2015 ha restituito alle società straniere 2 miliardi di euro di tasse, che invece avrebbero dovuto essere pagate altrove, usando lo stratagemma del sistema di tassazione locale: una company tax al 35 per cento, con un rimborso dell’80 per cento di quanto versato. Il risultato di questa trovata è che i colossi del gaming (scommesse) come Betson, Bet 365, Microgaming hanno ora sede a Malta, tanto da coprire da sole il 12 per cento del Pil. Le banche d’affari fanno lo stesso, così come i 581 fondi di investimento stanziati nell’isola. E forse, il dato che fa più paura è che Malta, uno dei più grandi paradisi fiscali della nuova era globale, non è solo l’isola in cui qualcuno paga il racconto della verità con la propria vita, ma è anche membro dell’Unione Europea. Ma parliamo della stessa Unione dei popoli basata sul rispetto dei diritti umani e sociali? Possiamo fidarci?


Giulia Guastella

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