1917-2017 : Un secolo rosso

Il 9 Novembre 1989 non crollò solo un muro, ma con esso un simbolo, un incubo – un incubo che purtroppo trova ancora non pochi nostalgici -. Il comunismo, nella sua applicazione reale, si rivelò essere il carburante delle più grandi tragedie, insieme a due guerre mondiali, che l’umanità abbia mai visto. I morti all’insegna della bandiera rossa in un secolo di storia sono difficili da contare, data l’enormità. Ancora oggi, nei laokai della Corea del Nord, così come nella Cina post-maoista l’ingiustizia dei giustizieri sociali continua a mietere vittime.

Chiaro è tuttavia, che il comunismo, o meglio, il marxismo-leninismo, nelle sue applicazioni storiche, ha avuto certamente funzioni diverse a seconda del contesto nel quale si è trovato a operare.  Trovando la comune radice nella profonda ingiustizia sociale, sarebbe tuttavia semplicistico non riconoscere le dovute distinzioni tra il comunismo sovietico, giunto al potere come forma di contestazione del potere tradizionale precostituito, e quello asiatico-maoista, mattone ideologico di una lotta di liberazione nazionale dal giogo coloniale delle potenze occidentali. Ma è del primo, soprattutto, di cui intendiamo occuparci quest’oggi.

Quest’anno ricorre, infatti, il centenario della Rivoluzione d’ottobre, evento con il quale lo “spettro che si aggira[va] per l’Europa” cessò di essere spirito per trasformarsi in concreta applicazione del marxismo. Ma quali furono le cause che portarono al potere i bolscevichi in Russia nel 1917 e in cosa, in quest’epoca così particolare, la Storia potrebbe ripetersi?

Occorre innanzi tutto premettere, al principio della nostra indagine, che per quanto un’ideologia, come il socialismo certo si propugna di essere, si possa autoproclamare come universale, il suo accesso al potere non può che avvenire attraverso lo sfruttamento dell’istante; delle circostanze storiche, sociali, politiche ed economiche che permettono, in un determinato momento, a un’idea di divenire programma di governo. Così fu per il nefasto avvento del nazionalsocialismo in Germania nel 1933, così avvenne per la presa del potere dei rivoluzionari nella Parigi del 1789 e così non poté che essere per i bolscevichi nel ’17.

Due furono i principali fattori concatenati che aprirono ai comunisti la strada verso il potere in Russia. Il primo e principale di questi fu senza alcun dubbio l’incessante carneficina della Prima Guerra Mondiale. In Russia come nelle altre potenze dell’Intesa e negli Imperi centrali, si era infatti a torto creduto che la guerra, una volta arrivata, sarebbe durata pochissimo, data la imponenza della corsa agli armamenti che caratterizzò il periodo immediatamente precedente al conflitto. La mietitura di vite umane nelle trincee russe fu accompagnata dalla naturale riconversione delle industrie per finalità belliche in tempo di guerra, peggiorando così il secondo fattore che fu alla base della rivoluzione Socialista, ossia la già non felice situazione economica dell’Impero russo.

Per un momento dunque – e questo fu la fortuna dei bolscevichi – l’esigenza di una enorme riforma in campo sociale e la necessità di porre fine a un pesante conflitto che stava lacerando la società russa coincise perfettamente con la volontà di potenza del Partito Operaio Socialdemocratico, successivamente ribattezzato come Partito Comunista.  D’altra parte, il pacifismo ostentato da una classe di soldati di origine contadina e poco integrati nella rigida società gerarchica e quasi feudale dell’Impero zarista, si manifestò sotto forma di bolscevismo non certo per cieca adesione al dogma marxista, bensì perché, in quel dato momento storico, il bolscevismo incarnava al meglio quel bisogno di libertà e di riforme che i Liberali della Duma non riuscirono né a interpretare – poiché troppo presi a progettare in maniera miope una Russia che somigliasse all’Inghilterra e alla Francia – né a comprendere. Su questa base, una popolazione stremata dalla guerra, dalla recessione economica e dalla repressione, pochi ebbero da ridire quando nell’ottobre del 1917 i bolscevichi presero il Palazzo d’Inverno inaugurando settant’anni di “potere ai Soviet”.

Il comunismo sovietico del primo ventennio divenne allora, dunque, l’esempio più lampante dell’insufficienza ideologica nell’affrontare le problematiche imposte dalla realtà concreta e dalla necessità di condurre una relativa realpolitik. Così, in aperto contrasto con principi biblici di Marx, il bolscevismo si aprì ai contadini – fino ad allora considerati il peggior asse della reazione controrivoluzionaria – per opportunismo dovuto alla scarsità numerica della classe operaia in una società ancora prevalentemente rurale, inaugurò la NEP (Nuova Politica Economica) che pure riconosceva la proprietà privata ai piccoli e medi imprenditori artigiani e contadini e siglò la pace con il naturale nemico imperialista germanico a Brest-Lytovsk, decantando come risultato umanitario e pacifista del proletariato sovietico ciò che altro non fu che una resta incondizionata nei confronti degli Imperi Centrali.

Il nero umorismo che piace alla Storia, tuttavia, esigette che le scelte dei bolscevichi più incoerenti con l’ortodossia marxista furono anche le più felici, giacché il vero orrore cominciò quando quest’ultima venne applicata alla lettera con il c.d. comunismo di guerra, con le collettivizzazioni forzate, con la dekulakizzazione. I contadini, specialmente quelli ucraini, cominciarono ben presto ad assaggiare l’amara medicina imposta dal comunismo Staliniano e non solo; ben presto mezza Europa avrebbe conosciuto cosa il concetto sovietico di “paradiso dei lavoratori” implicava, divisa da un muro invalicabile da quel mondo che, seppur imperfetto, aveva la impareggiabile fortuna di essere libero.

Settant’anni ci vollero, prima che quel mostruoso sistema fondato su iperuranici concetti utopici e antimeritocratici, collassasse su sé stesso, in preda a una burocrazia macchinosa e infernale, alle rivendicazioni feudali dei piccoli e grandi capi-partito, alla insostenibilità economica della miseria elargita a tutti, alla repressione violenta di ogni forma di libertà, quella di andarsene per prima. Tutt’oggi, l’ex-blocco sovietico risente del suo tragico passato vissuto sotto il tallone di Mosca, se non fosse per una ancora precaria e primordiale integrazione dell’ex-blocco sovietico nell’Europa libera.

In questo centenario della rivoluzione occorre, prima di tutto, riflettere. In quest’epoca dove la libertà e i valori che ci hanno sempre posto al riparo dalle mire collettiviste dell’aldilà di Berlino sono messe in dubbio se non disprezzate; dove la antistorica distinzione tra destra e sinistra, tra populismi e tradizionalismi prevale sulla sacra divisio tra Libertà e Tirannia, occorre fortemente ricordare e ripetere, fino allo sfinimento, le parole di Winston Churchill:

Il capitalismo è la ripartizione disuguale della ricchezza; il socialismo è la ripartizione in misura eguale della povertà


Di Ludovico Lenners

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