Wolna Polska

Il 24 Ottobre del 1980 – esattamente 37 anni or sono- il governo socialista Polacco guidato da Józef Pińkowski del Polish United Workers’ Party riconosceva formalmente il Niezależny Samorządny Związek Zawodowy (Sindacato Autonomo Dei Lavoratori), detto “Solidarność“. Solidarietà.

 

Ma, prima, un passo indietro.
E’ storicamente non discutibile che quello polacco sia stato tra i popoli più brutalmente vessati dagli abusi sovietici, fors’anche a causa degli antichi dissidi che già la Russia Zarista ebbe con la Polonia, a partire dalla spartizione del 1772. Il crollo dell’Impero poteva sembrare occasione valida per quella Terra di risorgere e liberarsi dall’oppressione, ma i mezzi poco potevano sostenere un tale aureo ideale. Del generale Piłsudski, capeggiante il movimento per l’indipendenza, è d’altronde l’ultima carica a cavallo che sia stata registrata nella storia bellica mondiale. Carica che dovette scontrarsi -per perire inevitabilmente- contro le truppe rosse di quel bolscevismo che vedeva Varsavia come basilare tappa di mezzo verso l’esportazione della Rivoluzione in terre Teutoniche.

 

Dal 1949 e durante i successivi sette anni i tormenti del regime non è più consentito enumerare, per carenza di capacità mnemoniche sì, ma anche e soprattutto per la pochezza delle fonti che, per lo più segrete o soppresse, difficilmente sono riuscite a narrare. Non è, oltretutto, questa la sede adatta per scendere nei dettagli di quegli abomini storici che furono il massacro di 4404 persone ignobilmente soppresse a Katyn’, le prigioni, le deportazioni nei campi, le psico-lotte contro il sionismo, gli arresti di ogni membro degli altri partiti, le fucilazioni di poveri contadini perlopiù incriminati di spionaggio, le morti di altre centinaia di migliaia di anime che, ree di aver tentato la fuga verso la Lituania, l’Ungheria o la Romania, erano da considerarsi socjalnoopasnyi, ovverosia socialmente pericolose.

 
Dal ’56 i metodi di ferrea violenza che davano vita al clima di rosso terrore generalizzato cominciavano a farsi più silenziosi; d’altro canto era giocoforza cedere un po’ di terreno a causa dell’inaudito risalto internazionale che quelle sanguigne prevaricazioni continuavano a ricevere, anche tenendo conto della, sempre in aumento, dipendenza monetaria del Blocco dai paesi Occidentali. Ciononostante i controlli rimanevano strettissimi, sebbene più discreti; gli arresti permanevano ad essere all’ordine del giorno; gli informatori sempre a migliaia; la repressione di ogni manifestazione invisa allo Stato Centrale seguitava capillare.

 

Fu per questo che, in piena crisi politica, sociale ed economica, sin dal 1976 scoppiarono diversi scioperi, col fine di ottenere le più basilari garanzie occupazionali che la dignità umana dovrebbe imporre. Le autorità reagirono in questi casi esattamente come fu in tutti i Paesi sovietici a partire dal 1920 almeno: l’esercito fustigò i manifestanti in gran numero, centinaia furono i morti, altrettanti i fermi, gli arresti e le confische.
Ma ecco che si ritorna al punto di partenza. Col 1980 arriva una nuova ondata di scioperi, stavolta di maggior seguito e meglio organizzati. Proteste che né si voleva nuovamente reprimere con la forza, né si era in grado di arginare.

 
E’ in questo angoscioso spaccato sociale che nasce Solidarność, quale prima organizzazione cattolica operaia del tutto emancipata dall’autorità pubblica. Si imporrà immediatamente quale movimento capace di coinvolgere enormi masse, unite da una volontà iconoclasta (di flibustering si direbbe oggi). Il suo riconoscimento, sintomaticamente avvenuto appena 27 giorni dopo la sua fondazione ufficiale, arrivò dopo l’approvazione di una Carta dei diritti dei lavoratori, nell’ambito degli Accordi di Danzica che il grande Karol Wojtyla con straordinaria lungimiranza apprezzò ed esaltò. Accordi che liberalizzarono, perlomeno formalmente, l’attività di libera organizzazione corporativa. E ciò, è assiomatico, costituì un segnale di speranza non solo per la zona Baltica, ma per tutte le Nazioni costrette sotto il giogo di stampo marxista.

 

Le trattative e gli incontri col sindacato furono principalmente portati avanti dall’allora segretario del Partito Operaio Unificato Polacco Stanisław Kania, uomo di rara intelligenza politica, che aveva inteso che una repressione silenziosa unita ad una parvenza di dialogo poteva riuscire a sedare rapidamente quei focolari.
Il grande successo dell’organizzazione sindacale arrivò non solo grazie al supporto di folte schiere di intellettuali e teorici della non violenza, ma anche in virtù del finanziamento umanitario internazionale. Animatore indiscutibile del movimento era Lech Walesa, operaio di fervente fede cattolica applicato presso i cantieri navali sul Baltico, uomo autorevole che ottenne presto un incredibile prestigio internazionale.

 

Si permase in una blanda atmosfera di sotterranea repressione, caratterizzata dall’infiltrazione della Stasi e da pestaggi a ritmi scanditi, fino alla fine del 1981. Anno in cui, ad appena un anno circa dalla sua fondazione, Solidarność poteva contare circa una decina di milioni di aderenti, sostanzialmente un terzo dell’intera popolazione Polacca.

 

Ma fu allora, precisamente il 13 Dicembre, che la situazione precipitò. Kania, ritenuto troppo debole una volta assodata la sua tendenza al dialogo con le opposizioni sociali, fu sostituito alla guida del partito dal generale Jaruzelski, nel frattempo divenuto anche Primo Ministro. In quella tragica data, per reagire vigorosamente all’azione pacifica di Solidarność, proclamò lo stato d’assedio ed instaurò la legge marziale. Furono così dispiegati 70 mila soldati e almeno 12 mila mezzi tra carri, camion e blindati, col compito di stroncare ogni tentativo di insurrezione, di indurre al timore e al panico diffuso; vennero tagliate le linee telefoniche, fu rafforzata la censura e indetto il coprifuoco, bloccate le frontiere. Violentissima si fece poi la propaganda contro Solidarność. Centinaia furono i licenziamenti e gli abusi contro la Chiesa, così come gli attentati e le minacce di morte; gli arresti politici e i confinamenti nei centri d’isolamento furono più di 5 mila, i morti almeno 20. Di particolare rilievo socio-politico fu, tra questi, l’omicidio di padre Popieluszko nell’Ottobre dell’84, sulla tomba del quale andrà a pregare tre anni dopo ancora Papa Giovanni Paolo II.

 
Solidarność però era ormai conscia delle proprie possibilità, ed i militanti, pur rischiando severe pene privative della libertà personale, difficilmente indietreggiarono d’un passo, nonostante l’arresto di Walesa. Liberato nel novembre dell’82, fu pochi mesi dopo decorato del Premio Nobel, che naturalmente non potè ritirare visto il suo stato di prigioniero politico in condizione di falsa libertà. Constatata così l’inutilità della manovra repressiva, e sulla spinta della perestrojka, nel 1986 il Ministero degli Interni annunciò la liberazione di tutti i prigionieri politici, il che suonava come la vittoria di Solidarność. Dopo nuove ondate di scioperi, nel 1988 iniziarono le trattative ufficiali col sindacato. Non senza tentativi di intralcio: altri due sacerdoti furono assassinati in circostanze misteriose. Solo un anno dopo si tennero le prime elezioni libere del Paese, cui Walesa non si candidò, per continuare il suo attivismo sindacale. Ma era questione di tempo: vinse le elezioni del 1990 e divenne Presidente della Repubblica.

 
Oggi che Lech Walesa si è ritirato a vita privata, ogni giorno dovrebbe essere utile per ricordare la storia di Solidarność. Ci si permetta, infatti, di dubitare che le peripezie di tale confederazione siano sufficientemente raccontate ed insegnate laddove si dovrebbe. Nonostante il ruolo fondamentale, catartico si direbbe, rivestito nell’implosione del comunismo. Nonostante, e sì si conclude, la strenua difesa dei valori umani al rischio della propria salute nella più rosea delle previsioni.

A futura memoria.


Di Mauro Dario Rufini

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