Meglio il piano A ?

E’ credibile l’uscita volontaria di un paese dall’euro? Uscire da una valuta forte pone sfide quasi impensabili per un paese debole: dalla ridenominazione dei contratti, all’imposizione di restrizioni bancarie, alla ristrutturazione del debito estero e alla limitazione della mobilità del capitale.

Mentre in Germania si potrebbero osservare scarse esigenze di uscita, le chiamate più veementi provengono dalle economie sotto pressione che, cercando di riconquistare la competitività, sono disposte a rinunciare al progetto di moneta unica. Ma quale sarebbe la reazione dei mercati e le conseguenze a tale azione? Beh, non ne sappiamo in sostanza nulla. Infatti, non è chiaro se chi gioca con questo tipo di soluzione, abbia analizzato le condizioni e le conseguenze di una tale mossa, in quanto non vi è stato un episodio di questo tipo nella storia economica recente.

La creazione o la reintroduzione di una moneta nazionale con l’intenzione deliberata di indebolirla rispetto a quella esistente (e a tutte le altre valute mondiali) è un compito totalmente diverso e molto più complicato, soprattutto se questo deve essere fatto in tempi di forte sfiducia nei confronti della politica interna. La debole crescita dell’economia italiana è attribuita, secondo i sostenitori dell’uscita dall’euro, al cambio reale sopravvalutato: dato che la maggiore inflazione non può̀ essere compensata da modifiche nel tasso di cambio nominale, il rimedio è liberarsi dalla camicia di forza dell’euro, così da lasciare svalutare la nuova lira. L’argomentazione più gettonata è infatti l’uscita dalla SME del 1992 e la svalutazione da cui derivarono effetti positivi sulle esportazioni nette.

Il nesso svalutazione-crescita non è tuttavia così ovvio: il tasso di cambio che tiene conto delle esportazioni nette è quello reale, per il quale hanno grande rilevanza le partnership commerciali, ormai tutte relegate al piano europeo. E’ necessario inoltre sottolineare che non vi è stata alcuna crescita del PIL in contrapposizione all’aumento delle esportazioni nette: la motivazione va ricercata nei minor consumi a seguito della perdita del potere di acquisto. Il divario di prezzo tra i prodotti Italiani e quelli esteri, anche a seguito della svalutazione, rimarrebbe comunque elevato comportando un effetto negativo sulla domanda interna di beni, dato il basso potere di acquisto delle famiglie a seguito dell’elevatissima inflazione (oltre il 50%), conseguenza dell’aumento dei prezzi delle importazioni.

E quali sarebbero le conseguenze sui mercati finanziari? I rendimenti obbligazionari s’impennerebbero con conseguente fuga di capitali all’estero e con un sistema bancario sottoposto a forti pressioni, l’accesso ai mercati internazionali dei capitali sarebbe sbarrato; considerando inoltre che non tutto il debito espresso in euro potrebbe essere convertito nella “nuova lira”, ne seguirebbe un’ondata di default, che comprometterebbe non solo la solidità del sistema finanziario, ma anche lo stesso mercato del lavoro.


Di Federico Ciaralli

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