Addio Italia

Un disastro. Sportivo e non solo. L’Italia non andrà in Russia. Niente mondiali, niente notti magiche, niente sogni nel cassetto, niente di niente. L’Italia non ci sarà.

 

Una nazionale che è storia, tradizione, orgoglio,  esclusa a sorpresa dalla competizione più importante del mondo.

 

In campo, del resto, ahinoi, non va nè la tradizione, nè la storia. Può andarci l’orgoglio, ed in effetti così è stato. L’abbiam visto nei continui assalti alla porta di Olsen, assalti peraltro sterili, con la sola forza della disperazione e con poco altro; l’abbiam visto nelle lacrime a fine partita; l’abbiam visto nelle parole di Buffon.

 

Ma l’orgoglio, a volte, non basta, e ieri non è bastato.

 

Un’Italia poco convinta, debole, e con le gambe bloccate dalla paura.

 

È l’immobilismo che del resto pervade la società odierna, tanto che l’Italia di ieri sembra la perfetta fotografia, fedele e realistica, della situazione attuale italiana, sportiva ma non solo.

 

E le cause, proprio per questo, vanno individuate a monte.

 

Troppo facile additare Ventura come colpevole. Il che non sarebbe neanche del tutto sbagliato, viste alcune scelte decisamente poco condivisibili. Lasciare in panchina giocatori come Insigne, Florenzi, Jorginho può esserne un esempio, perseverare in Candreva un altro.

 

Ma non può essere lui l’unico colpevole, il capro espiatorio da sacrificare e da utilizzare come alibi.

 

Perchè la rosa dell’Italia, qualsiasi fosse stato l’undici titolare, era, e doveva essere, decisamente superiore a quella svedese.

 

Voglio dire, non servivan certo Capello, Conte o Ancellotti per battere la Svezia. Ovviamente, quindi, anche i giocatori hanno la loro buona parte, forse la più grande, di responsabilità.

 

Ma non è neanche solo questo. Dobbiamo risalire da valle a monte.

 

Ed a monte troviamo la Federazione Italiana Giuoco Calcio, troviamo Tavecchio, e troviamo più in generale il sistema-calcio in Italia. Un sistema che, evidentemente, andrebbe ricostruito dalle fondamenta.

 

A partire dalle scuole calcio, passando dai settori giovanili, finendo alle prime squadre, e, di riflesso, alla Nazionale italiana.

 

Quest’ultima come punta di un iceberg profondo, profondissimo.

 

Perché in Italia di scuole calcio ce ne sono a migliaia, ma di scuole calcio qualificate e veramente in grado di offrire una formazione competente, ce ne sono poche. Scuole calcio spesso affidate a pseudo-dirigenti, che a partire dai più bassi livelli antepongono i propri interessi a quelli dei ragazzi, a pseudo-allenatori senza patentino e spesso senza  competenze e qualità. Scuole calcio il cui scopo è sempre più economico e sempre meno formativo. Scuole calcio i cui frutti sono ragazzi che giocano e si divertono fino a 17-18 anni per poi, la maggior parte delle volte, esser costretti ad abbandonare, a riporre i propri sogni nel cassetto, perchè qualcuno ha deciso che debba essere così.

 

E le conseguenze si ripercuotono sui settori giovanili delle squadre professionistiche, sempre più privi di italiani, e sempre più imbottiti di stranieri dalle provenienze più varie.

 

Non che non debbano esserci anche loro, per carità, ma forse preferire e credere un po’ di più in qualche talento italiano piuttosto che investire in scommesse dall’estero, sarebbe più utile, per tutti. Perché molte volte, il diciottenne che lascia il calcio, se fatto crescere in un determinato contesto, può essere una risorsa, che in questo modo si perde, inesorabilmente.

 

Peraltro, sempre riguardo i settori giovanili, certo non aiuta la totale inadeguatezza (ad eccezioni di alcune società) delle strutture, a causa dei mancati investimenti in un campo sul quale, appunto, non si fa affidamento. Basti pensare che solo 5 squadre di Serie A hanno un centro sportivo di proprietà. Il Napoli, ad esempio, fa allenare 7 squadre a Sant’Antimo in un centro con un campo a 8, due da 5 ed uno solo ad 11.

 

Mentre il Barnet, che attualmente milita in quarta divisione inglese, ha ben 11 campi.

 

Il risultato è un vivaio sempre più trascurato, sempre più privo di talenti e di giocatori utili per le prime squadre.

 

In pochi, infatti, approdano in serie A. Ed anche i fortunati che riescono nel grande passo, poi denotano difficoltà nel rimanere aggrappati al treno e finiscono sempre più spesso in un vizioso circolo di prestiti infiniti tra squadre di Serie B e Lega Pro, senza mai tornare alla base, senza mai arrivare veramente nel calcio che conta.

 

Possibile che sia solo colpa loro? Decisamente no.

 

Di fatto, comunque, il risultato è una Serie A sempre meno italiana.

 

Di fatto, il risultato è che trovare il nuovo Baggio, il nuovo Totti, il nuovo Del Piero, ad oggi, sembra un’utopia.

 

E la Nazionale ne risente, inevitabilmente.

 

Dietro la mancata qualificazione c’è, dunque, tutto questo, e molto altro.

 

L’auspicio è che questo disastro possa essere un punto di partenza, l’occasione per ricominciare.

 

L’auspicio è che si riesca a far tesoro degli errori commessi. Per correggerli, per migliorare.

 

Per tornare ad essere l’Italia che tutti temono e che tutti rispettano.


Di Davide Schinella

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