House of Cowards

Premessa: la Legge americana punisce – e giustamente – l’abuso di minore (child assault) oltre che con pene molto severe, anche con l’imprescrittibilità del reato. Inoltre, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribadito la configurabilità del reato nel momento in cui qualsiasi parte del corpo del minore venga toccata dall’agente con “intenzioni ambigue”. Per cui qualora una persona, che per comodità chiameremo Kevin Spacey, dovesse spingere un minore su un letto per poi fargli delle avances di tipo carnale, ci troveremmo d’innanzi a un reato di attack on minor perfettamente sussumibile sotto la fattispecie astratta prevista dalla Legge e dalla giurisprudenza d’oltreoceano. Per cui, la denuncia alle autorità competenti è legittima – e ci mancherebbe.

Cosa c’è che non va ? C’è che per secoli, a partire dalle rivoluzioni liberali di fine Settecento, l’umanità si è battuta per l’ottenimento di una serie di diritti, schiacciati e non riconosciuti dalle tradizioni dell’ancien régime. Tra questi, sicuramente, il diritto ad essere soggetti alla giurisdizione di un giudice terzo, imparziale e precostituito, la cui carica è separata da quelle relative alle funzioni legislative e di governo. In termini giuridici si potrebbe quindi parlare di “Giusto Processo”; in termini colloquiali, onde agevolare la lettura e la comprensione del lettore senza cadere nel vortice nozionistico della materia giuridica, possiamo parlare semplicemente di “Giustizia”.

È ormai consolidato, negli ordinamenti delle nazioni civili, il principio secondo il quale l’amministrazione della Giustizia, a garanzia soprattutto del soggetto coinvolto, avvenga sì con udienza pubblica, ma sempre in un’aula di tribunale. E vissero tutti felici e contenti.

Nell’era dell’informazione, tuttavia, tali garanzie contano solo per i comuni cittadini, quelli che si alzano la mattina presto per andare al lavoro o a scuola e che la sera “c’è la partita”. Guai ad acquisire un minimo di notorietà se si vuole beneficiare delle garanzie nei confronti del Sovrano. E così, l’oliata macchina globale della comunicazione è in grado di colpire chiunque goda di un certo grado di notorietà (e non solo), ovunque voglia e sulla base di ciò che vuole. E questo, naturalmente, senza beneficio del contraddittorio, dell’onere probatorio e di un soggetto giudicante libero da qualsivoglia influenza faziosa istigata dalla narrativa del caso. Le masse si sa, si lasciano trascinare più volentieri dall’enfasi e dal pathos di una narrazione, per quanto falsata possa essere, piuttosto che dalle fredde e rigorose analisi di condotte ed effetti ch impone una Giustizia che ambisca ad essere veramente giusta. In ciò sta il limite dell’impianto processuale americano, incentrato sulle volatili e psicolabili emozioni di una giuria popolare, piuttosto che dall’equilibrato raziocinio di un funzionario conoscente il diritto.

Nel sistema mediatico, dove esistono trasmissioni come Quarto Grado, l’intero mondo diviene giuria. Ed ecco che Kevin Spacey, magistrale interprete di Frank Underwood in un misto tra Riccardo III e Macbeth, diviene il nuovo nemico pubblico numero uno. Una delle più interessanti serie degli ultimi viene cancellata – anzi peggio: Netflix sta cercando di rimpiazzare l’inimitabile Spacey per un programma che si regge interamente sulle performances di quest’ultimo – e il nome dell’attore subisce una damnatio memoriae in stile Trozkiano. Qual è il fondamento di tutto ciò ? Una dichiarazione, una pubblica accusa, i cui fondamenti, fino ad ora, non sono stati provati né accertati. L’unica cosa che si sa, è che Spacey potrebbe essersi macchiato di un crimine. Ma può un “potrebbe”, un condizionale, travolgere in maniera sì proterva la carriera e dunque la vita di un uomo, per quanto efferato possa essere il crimine di cui è accusato ?

Altre critiche si sono portate avanti, nella consueta baraonda gentilmente offertaci dalla cassa di risonanza dei media e del web. In particolare, si è riflettuto in maniera critica sul fatto che Spacey, sfruttando il trend odierno della tutela ad oltranza di talune minoranze, abbia cercato di salvarsi dalla gogna mediatica adducendo di essere gay. Supponendo – certamente con un pò di ingiustificata malizia (ingiustificata per lo meno secondo la radicale correttezza politica del pensiero unico contemporaneo) – che la sedicente omosessualità di Spacey sia falsa, resta la domanda del dove si trovi, in questo tentativo, la scorrettezza. Se i suoi detrattori -giustamente o ingiustamente- utilizzano la potente arma del ludibrio mediatico nell’era in cui tutti credono a tutto e in cui basta una voce di corridoio a mettere fuori gioco il più potente dei titani, allora non si vede per quale motivo l’accusato non dovrebbe, su un piano di parità morale, usare lui stesso le logiche del grande pubblico per difendersi. Ci troviamo infatti, inevitabilmente, d’innanzi a un modo codardo di far valere le proprie ragioni; a la stessa codardia che non fu risparmiata ad altri grandi dell’intrattenimento americano (vedi Michael Jackson).

Se Spacey deve pagare, che paghi; ma che passi per un’aula di tribunale prima di essere gettato in pasto alle folle “buongiornissime”.


Di Ludovico Lenners

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