L’Italia e il modello svizzero

Da più parti in Patria si sente invocare l’applicazione del “Modello Svizzero” al Belpaese. Come sarebbe bello, avere lo stesso livello di igiene urbana, efficienza e precisione per cui i nostri vicini elvetici sono noti. Sarebbe bello uscire per le strade di – una città a caso – Roma ed avere l’impressione di poter apparecchiare il pranzo sui marciapiedi, per quanto sono puliti. Tuttavia rimane un interrogativo: il modello in questione è applicabile in Italia?

Non starò qui a dilungarmi nei ridicoli stereotipi che tanto piacciono ai mitteleuropei degli italiani simpatici e mandolinici ma disastrosi nell’organizzazione della cosa pubblica. Del resto, l’organizzazione di qualsiasi Stato moderno, per quanto possa dar fastidio a Francesi, Tedeschi, Inglesi e quant’altro, deriva dal fulgido esempio del glorioso impero di Roma. Ci concentreremo qui dunque su questioni aventi un minimo grado di serietà, per lasciare la logica del “ridateci la Gioconda” al popolino nostrano e d’altrove, esiliandola nel suo naturale e folkloristico contesto delle competizioni calcistiche e delle rivendicazioni culinarie.

La Svizzera, innanzi tutto, si distingue per essere riuscita nell’applicazione di una, seppur imperfetta, democrazia diretta. Difatti, fanno ormai parte delle c.c.d.d. Conventions of Constitutions, i ricorsi a svariate forme di partecipazione diretta dei cittadini alla gestione dello Stato, Referendum compresi. Questa è fondamentalmente basata su consultazioni a livello cantonale. Con buona pace dei Grillini e degli altri fan di Rousseau, rimane tuttavia difficile, se non impossibile, pensare all’importazione di tale impianto democratico. La Svizzera è divisa in 26 Cantoni, aventi delle dimensioni comparabili alle nostre tanto osteggiate Province, e conta una popolazione di poco più di 8 milioni. Cosa significa questo? Significa che la media demografica Cantonale è di qualche cosa in più di trecentomila abitanti, e dunque, attuali o potenziali elettori. L’Italia, di contro, conta ben 86 province, con una popolazione stimata intorno ai settanta milioni di abitanti. SETTANTA MILIONI. IL che, facendo un rapido calcolo, ci porta a constatare che la media demografica provinciale è triplicata rispetto a quella cantonale svizzera. Un conto è provvedere a periodiche consultazioni di trecentomila anime, altro conto è organizzarsi per permettere la partecipazione di oltre un milione di persone per provincia. Il problema si fa ancora più acuto se si provvede ad effettuare il calcolo su base regionale. Inoltre, adottare un simile sistema su base provinciale, significherebbe avere all’interno del territorio nazionale ben ottantasei diverse legislazioni, dicendo addio al principio di Certezza del Diritto, senza il quale nessun ordinamento di una nazione che si voglia definire civile potrebbe mai funzionare.

Tuttavia, l’adozione del modello svizzero è stata soprattutto invocata, da parte p.e. del Segretario della Lega Nord Matteo Salvini, relativamente all’austero atteggiamento svizzero che è alla base normativa sull’immigrazione del vicino d’oltralpe. In Svizzera, questa è radicalmente fondata sullo Ius Soli puro, provvedendo la Legge per l’Immigrazione Svizzera (Auslaendergesetz – AuG) alla negazione della cittadinanza a chiunque non sia discendente in linea retta, per sangue o adozione, ovvero cognuge di un cittadino Svizzero. La naturalizzazione facilitata infatti, può avvenire solo nei confronti di questi ultimi, dopo il trascorrere di un determinato periodo di tempo e sotto varie condizioni, mentre la naturalizzazione ordinaria può essere ottenuta dopo un soggiorno regolare di 12 anni su suolo elvetico. Non è riconosciuta alcuna prerogativa a chi nasce in Svizzera o agli stranieri di seconda o terza generazione (in effetti due tentativi referendari di cambiare questa impostazione sono entrambi falliti). In Italia ciò non avviene. Al dilà del d.d.L. sullo Ius Soli in esame al Parlamento – sul quale per il vero la retorica politica ha dato il meglio di sé, come sempre, da ambo le parti -, in Italia è già possibile ottenere la cittadinanza sia per nascita sul suolo Italiano a determinate condizioni (genitori ignoti o apolidi), sia dopo aver risieduto regolarmente sul territorio nazionale per un determinato periodo (4 anni per i cittadini UE, 10 per gli stranieri degli Stati terzi, 3 se nati in Italia).

Oltre a significare che, di fatto, lo Ius Soli è una realtà già operante in Italia, la maggiore liberalità della nostra politica migratoria ha ragioni storiche, culturali ed economiche inconciliabili con lo spirito svizzero. Alla base della concezione svizzera infatti, vi è una concezione dell’entità “nazione” come un gruppo chiuso, una Schicksalsgemeinschaft, una “cominità di destino”. Una concezione chiusa, protettiva rispetto al mondo esterno, che ben si confà allo spirito neutralistico elvetico e alla Storia degli Svizzeri come “liberi protestanti” Zwingliani. Del resto tale chiusura e tale protezione dell’habitat si manifesta anche nell’impossibilità di richiedere asilo politico presso le ambasciate elvetiche in terra straniera (ergo solo alla frontiera o sul territorio nazionale). L’Italia, d’altro canto, risente dell’influsso franco-austriaco, dell’idea illuminista di Grandeur Nazionale, di un’idea espansiva e a tratti imperiale di Nazione.

E come potrebbe altrimenti? Mentre la Svizzera è una Mittelmacht, per usare le parole del prof. Oliver Diggelmann, ordinario della cattedra di Diritto Internazionale presso l’Università di Zurigo, una “potenza media”, per poco esclusa dal G20, l’Italia, con tutti i suoi problemi e seppur minore a quello di altre potenze, riveste ancora un ruolo chiave negli equilibri e nella politica globale. Se la partecipazione al mercato unico della Svizzera è certamente benvoluta da Bruxelles ma certamente percepita come non di vitale importanza, l’adesione dell’Italia all’UE, al Consiglio d’Europa (nei cui confronti la Svizzera si trova oggi in una posizione di difficoltà proprio in virtù dei discutibili prodotti della sua democrazia diretta di cui sopra), all’ONU e alla NATO resta un fattore fondamentale per la stabilità delle relazioni politiche ed economiche internazionali. E’ chiaro che all’Italia, una penisola in mezzo al Mediterraneo, una nazione di settanta milioni di persone, l’undicesima potenza militare mondiale (la Svizzera è a quota trentasette), membro a pieno titolo del G7 e co-fondatore delle Comunità Europee, mal si addice il modello di piccola e pacifica Sparta in cui si riconosce la Svizzera, un rilassante enclave tra Stati europei ad essa culturalmente ed etnicamente affini. Come si può pretendere che l’Italia, che porta su di sé importanti responsabilità internazionali, segua le stesse regole di un paese tanto illustre quanto fondamentalmente secondario rispetto ai grandi eventi della Storia e della Contemporaneità. La stessa mancanza di una Storia coloniale potrà forse mantenere pulita la coscienza degli Elvetici, ma dimostra nondimeno un’impostazione politica radicalmente diversa dalle potenze europee classiche di cui l’Italia fa certamente parte.

Per farla breve: l’Italia, come secondo paese manifatturiero d’Europa e come culla della Cristianità universale ha certamente altre esigenze economiche, di manodopera, internazionali e umanitarie di quelle che può avere la Confederazione Elvetica. E questa è una realtà, forgiata nella Storia e nel lavoro di milioni di Italiani che nessuno slogan né paraocchi politico potrà cambiare dalla sera alla mattina. Alla luce di questo, mi preoccuperei, piuttosto che di importare l’ennesimo modello straniero incompatibile, di migliorare quello Italiano e di portare avanti finalmente una politica coerente.

 Le risorse ci sono, e la volontà?


Di Ludovico Lenners

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