Falcone e Borsellino sono i miei eroi

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono i miei eroi. Intendiamoci, non è uno stereotipo: crescere in Sicilia vuol dire davvero crescere con il culto di Falcone e Borsellino. Le loro fotografie sono in tutte le scuole, e lì si edifica il culto di questi due uomini straordinari. Il senso di rabbia e di disgusto che ogni bambino sente non appena si rende conto di come cosa nostra abbia macchiato e macchi ogni giorno la nostra terra trova subito un analgesico nelle figure di questi due magistrati leggendari che hanno pagato con la vita il loro folle sogno di distruggere la mafia.

 

Ed è il sogno, in fondo, di tutti noi, quello di annullare un giorno lo strapotere che la mafia ha acquistato nel territorio della nostra isola, bella e disgraziata; quello di riuscire, un giorno, a poter dire che la mafia non esiste più. Siamo partigiani di una guerra infinita e silenziosa. Nasce così il sogno in tantissimi ragazzi siciliani di diventare magistrati. Io, in prima persona, ho coltivato da sempre questo sogno; Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati e sono e saranno per sempre i modelli di generazioni di siciliani, di siciliani come me, di siciliani con una sete di riscatto immensa e con la speranza che scorre nelle vene.

 

Quando l’ardore giovanile viene meno, però, viene naturale chiedersi quali siano – di fatto – i meriti dei due giudici suddetti. Se si vuole davvero diventare come loro, cosa bisogna fare? Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, incredibilmente, ci appariranno come quello che sono davvero: due uomini, due uomini normalissimi che hanno svolto alacremente quello che era il loro mestiere, con la fermezza straordinaria di non arretrare davanti alla minaccia di perdere vita e famiglia per via del loro stesso lavoro. Da specificare è che questa non vuole essere una detronizzazione di due persone che hanno fatto la storia della mia terra e che in realtà straordinari lo sono; questa vuol essere solo una riflessione, a mente fredda, dell’operato dei cosiddetti professionisti dell’antimafia. Prima che morisse, infatti, Paolo Borsellino ricevette molte invettive e altrettante critiche, persino da Leonardo Sciascia in quel celeberrimo editoriale del Corriere della Sera in cui lo scrittore si scagliava contro – appunto – i professionisti dell’antimafia, che si ergevano con arroganza sopra i loro colleghi; nell’articolo, Sciascia spiega come i processi di stampo mafioso fossero diventati una via che non solo permetteva ai magistrati di far carriera in corsia preferenziale, ma li imponeva all’opinione pubblica come detentori di un qualche valore aggiunto rispetto agli altri giudici. Concludeva infatti Sciascia:

 

“I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di « magistrato gentiluomo», c’è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?”.

 

Dopo le tragiche morti di Falcone e Borsellino e di altri loro colleghi, nessuna voce si levò più dal coro a denunciare i professionisti. Non furono, allora, solo Falcone e Borsellino ad assumere una un’aura leggendaria: da quel momento in poi, ogni magistrato, finanche quelli che di mafia non si occupavano, assursero a una santità che li rende tuttora infallibili agli occhi di ogni bravo italiano onesto. Criticare i magistrati? Eh, non si può, lavorano per la giustizia!

 

Nessuno, nessuno più riesce a concepire il fatto che, come già detto più sopra, i magistrati, anche i migliori, sono comunque esseri umani. Sono uomini in carriera. Sono uomini. E anche Falcone e Borsellino lo erano, e al pari di ogni altro essere umano anche loro commisero degli errori. Il loro assassinio, però, ha mondato ogni peccato: sono i magistrati agnelli che tolgono il peccato dall’ordine giudiziario intero. Sono per tutti i giudici i Prometeo di una patente di perfezione che non permette più nemmeno di mettere in discussione le loro parole.

Apparentemente, nulla di così pericoloso. Pensate però se queste parole, considerate verità assolute, divengono strumento politico. Pensate se ogni verbo pronunciato da un magistrato diventa inopinabile e se poi questo finisce nelle mani di correnti politiche che lo tirano e lo tirano a loro piacimento, senza possibilità alcuna di contestazione. E lo fanno con le parole di Paolo Borsellino, con quelle di Giovanni Falcone, ma anche con quelle di Piercamillo Davigo, quelle di Antonio Di Pietro, di Antonio Ingroia, di Ilde Boccassini: no, i giudici non sono infallibili. I giudici amministrano la giustizia, non hanno alcun dono profetico. I giudici non fanno le leggi, non le scrivono, non le promulgano, e non hanno nemmeno il diritto di sindacarle, se non in virtù di altre leggi: sono soggetti alla legge, come lo è ogni cittadino italiano, e le loro parole sono soggette a sindacato così come le loro sentenze. I giudici sbagliano, e molto spesso lo fanno senza coscienza. Altre volte, invece, lo fanno con piena consapevolezza: tutte le volte che la magistratura si fa politica, tutte le volte che il potere giudiziario si impone al di sopra della legge e tutte le volte che questo vuole essere al contempo anche potere legislativo e potere esecutivo. La nostra società è formata su una forte tripartizione dei poteri retta da un delicatissimo equilibrio che in Italia si è rotto: se è vero che da una parte la Repubblica ha creato una casta di politici, è vero che dall’altra parte sta creando una altrettanto vergognosa casta di magistrati.

 

Eppure vi ho detto che il magistrato voglio farlo anche io. Beh, tutto ciò che è stato detto non annulla il fatto che quello del magistrato è un compito assai gravoso e molto importante, rischioso e onorevole; non cancella il fatto che stuoli di magistrati si battono giorno dopo giorno per la giustizia, quella vera, mettendo a repentaglio le loro vite e quelle delle loro famiglie.
Eppure, se non li ammazzano, rimangono totalmente anonimi.
Oppure fanno politica.


Di Dario Tasca

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