Colpevole d’amare

Già al Congresso di Verona del Partito Fascista tenutosi nel Novembre del ’43 taluni esponenti, in primis il Pavolini, criticarono la relazione del Duce con Clarice Petacci. Un amore germogliato sottoterra e destinato ad essere mortificato sin dalle più precoci fioriture. Vivo sentimento capace di andare oltre ogni altra cosa, anche quando nel ’45, CLNAI plenipotenziario, Claretta raggiunse terrorizzata a Como il partner, il quale però si rifiutò seccato di riceverla, perchè “le donne in questi frangenti stanno bene a casa”. Orgoglioso tentativo di protezione, ma vano: la donna lo aspettò tutta la notte nel cortile, vestita in Aprile di una stoffa leggera, mentre lo stesso Mussolini scriveva invece a sua moglie Donna Rachele “ti chiedo perdono di tutto il male che involontariamente ti ho fatto. Ma tu sai che sei stata l’unica donna che ho veramente amato”.

Nel municipio di Dongo, proprio vicino Como, non più di un paio di giorni dopo Mussolini veniva perquisito e gli veniva requisito ogni avere; e la signora Petacci implorava il partigiano Bellini d’essere sistemata insieme al prigioniero: “Non avrei mai chiesto nulla, avrei desiderato solo che egli pensasse a me come si può pensare ad una dolce e cara amica, dalla quale si corre quando si ha bisogno di fuggire dalle tempeste della vita”.

Il Comando partigiano la sera del 27 Aprile aveva dato l’immane ordine ad un tale Audisio. Si doveva procedere all’esecuzione sommaria per chiudere così nel modo più rapido una pagina dolorosa, ma che doveva essere scritta, si diceva, per salvare l’onore del popolo italiano. L’ Audisio alle ore 14 del 28 fu a Dongo e, quasi smaniante, ebbe un alterco col Bellini e gli altri partigiani, che non volevano consegnargli i detenuti, presumendone la crociata. Clara l’ebbe vinta non perchè convinse il Bellini ad assecondare i suoi intenti suicidii, ma perchè l’Audisio s’arrogò il diritto di segnarla con una croce rossa, tratto distintivo di chi meritava il trapasso. Ora uniti, i due amanti ricevettero il compenso da una raffica di mitra, mano nella mano. Il fratello, Marcello Petacci, trovava anche lui la morte circa due ore dopo, fucilato.

La salma di questo, insieme a quelle dei gerarchi e dei ministri Barracu, Bombacci, Calistri, Casalinovo, Coppola, Daquanno, Gatti, Liverani, Mezzasoma, Nudi, Pavolini, Porta, Romano, Utimpergher e Zerbino, e con quelle di Mussolini e Petacci, furono condotte a Milano, sino al piazzale Loreto. Sotto una pensilina di una stazione di benzina vennero ammassati i 18 corpi, ma il capo del più colpevole di tutti venne, per sfregio, poggiato sul petto della signora Petacci, e per rendere più macabra la scena, racconta il Tamaro, gli fu messo in mano un gaglierdetto fascista. Una folla immensa urlava ai cadaveri insulti, anatemi e volgarità di ogni genere. Individui privi delle qualità umane non smisero un attimo di bastonare i corpi e di sputarci sopra. Quanto restava dei due amanti fu appeso e così i cadaveri rimasero penzolanti ai ganci, “come maiali”, sì da richieste della mandria che appena quattro mesi prima acclamava lo stesso uomo. Le madri alzavano i bambini al cielo per fare loro veder meglio l’indegno spettacolo.

Mai la democrazia ebbe origini di tale miserabile vergogna.

Solo la sera, finalmente, ciò che restava delle spoglie barbaramente massacrate fu condotto all’obitorio, insieme a quelle di altri 118 fascisti nel frattempo eseguiti. Gli avvenimenti di piazzale Loreto ebbero un’eco internazionale immane, e la Terra si imbarazzava delle turpitudini del luogo autoproclamatosi culla della civiltà.

Vigliacco Eugenio Ghiozzi, al secolo “Gene Gnocchi” e chi costui difende, sebbene infami una donna e ne turbi il riposo, per il sol fatto di esser stata colpevole d’amare.


Di Mauro Dario Rufini

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