Putinmania

Osteggiato da alcuni, ammirato da altri. Questa la descrizione del Presidente ‘Zar’ Vladimir Putin. Da quasi vent’anni padrone incontrastato della scena politica russa, fonda il suo enorme potere sul consenso di quattro fondamentali categorie: i rimasugli burocratico-militari dell’ex impero sovietico, i servizi segreti, il potere corporativo post-perestroika e la Chiesa ortodossa di Russia. Controverso e spietato, autorevole e autoritario, Putin ha certamente il merito di aver migliorato l’immagine del suo Paese nel mondo, riuscendo a offuscare, nella coscienza collettiva occidentale, la già sbiadita immagine del passato comunista.

Preso di mira dalla macchina mediatica al di qua del fiume Don per l’intervento militare in Ucraina – in aperto contrasto con la Carta ONU, checché se ne dica – e per le accuse di aver manipolato l’esito delle elezioni americane del 2016, il Presidente della Federazione Russa è oggi ammirato da una vasta fetta della popolazione europea, come dimostrano le tante pagine a lui dedicate e gli elogi pubblici sui socialmedia da una fetta non indifferente del pubblico di massa. Ma come ha fatto una personalità autoritaria come quella di Putin, dopo trent’anni dalla fine dell’incubo sovietico, a divenire una figura relativamente popolare nell’Europa della libertà ad ogni costo?

Prima di tutto, certo, il merito va dato all’abile e lodevole efficacia della strategia comunicativa adottata dal governo Russo negli ultimi decenni. L’abbandono dell’ortodossia comunista in stile Pravda e l’apertura mediatica al mondo ed alle logiche occidentali – per esempio con la diffusione del canale all-news “Russia Today” in molti paesi europei (come Regno Unito e Germania) – ha sicuramente contribuito alla costruzione di una nuova immagine della Russia: superpotenza sì, ma stavolta dei “buoni”.

Ciò che ha però favorito di più l’immagine della Federazione Russa e del suo Presidente in occidente rimane, a nostro avviso, la crisi politica che sta minando la solidità sociale su cui fu fondato il Patto Atlantico. Da un lato, la Russia si erge – comunicativamente s’intende – a granitico baluardo dei valori tradizionali nazionali ed europei (Cristianità, famiglia, tradizione ecc.); dall’altro, l’occidente manca di una guida. Nel tempo in cui la presidenza di Donald Trump divide l’America, le politiche comunitarie continuano – giustamente o ingiustamente che ritenga il lettore – a non raccogliere sufficiente consenso per dare la svolta a questa Europa, da più parti accusata di essere troppo dominata da una Germania ambiziosa ed egemone. Sarà il francese Macron a spezzare la maledizione? Sarà la Francia che infine prenderà in mano il destino del vecchio continente? Non si sa. Quel che è certo, tuttavia, è che Vladimir Putin, con tutte le contraddizioni e controversie che lo circondano, rimane attualmente – solo, forse, insieme al pontefice Francesco- l’unico leader di rilievo mondiale; o almeno è così che viene da più parti percepito.

Mentre gli Stati Uniti sono carenti di un imperatore per l’occidente, mentre il suo governo manifesta quotidianamente il desiderio di rinunciare al suo ruolo di guida illuminata del mondo libero sotto le pressioni di una società sempre più divisa, mentre l’Europa si rincorre da sola, la Russia dà un’immagine potente, sicura e rasserenante di sé. Il messaggio è chiaro: Trump twitta pagliacciate e l’America ci litiga sopra; la Russia, al contrario, combatte il terrorismo in Siria nonostante le sanzioni imposte da una comunità internazionale ingrata. Il guardiano silenzioso del mondo. “L’eroe che l’Europa non merita, ma quello di cui ha bisogno”. Il gigante buono che difende sé stesso dagli attacchi di una camaleontica e machiavellica élite mondialista. La parabola del proletariato senza falce e martello, insomma.

Non c’è dubbio che ogni narrativa, indipendentemente da quanto fantasiosa possa essere, non può che partire da un focolare di verità empirica. Così fu per l’ideale rivoluzionario francese, così fu in Germania per il trattato di Versailles, così fu per l’idea della Russia proletaria di allora e di quella putiniana di oggi; nonostante l’ultima sia una realtà chiaramente di destra. Chiaro è, d’altra parte, che la politica della diffidenza nei confronti delle minoranze – specialmente, com’è noto, della comunità omosessuale -, la forte limitazione del pluralismo nell’informazione, l’abbattimento sistematico di ogni istanza e autonomismo locale e la repressione politica al limite del confine democratico non trovano certamente spazio nella favola della Russia libera, destinati all’oblio nella narrazione eroica.

Ciò che è e rimane centrale nell’immagine della Russia di Putin è la volontà di una leadership compatta, che si racconta come popolare e populista, di difendere gli interessi del paese dalla minaccia di divenire un feudo di un impero globalizzato guidato da élite tecnocratiche, finanziarie e antitradizionaliste. Una leadership tenuta insieme dal paternalismo severo ma giusto di un Presidente, il cui crescente culto della personalità, anche nell’Europa unitaria e liberale, rasenta talvolta il limite del ridicolo.

Tuttavia, liquidare il discorso su Putin e la Russia, come l’esercizio della retorica demoliberale nel suo utilizzo comune contemporaneo imporrebbe, con la solita e semplicistica contrapposizione tra buoni (noi) e cattivi (loro) non risolverebbe il problema. Anzi, il percepire l’avvicinamento di parte dell’opinione pubblica dell’Europa continentale a istanze filorusse come un problema è già un errore a monte. Se è vero che l’essere umano è un essere razionale, un motivo pratico che vada al di là della banale xenofobia del singolo deve pur esistere onde spiegare il crescente consenso verso un Paese considerato fino a qualche decennio fa come “l’impero del male”. E se fosse veramente il prodotto di una classe politica mondiale ormai incapace di attrarre consensi su vasta scala e di condurre battaglie condivise dal pubblico, tanto da cercare un surrogato nelle strampalate promesse di politici alla Donald Trump? Forse.

Dal canto nostro, riteniamo che il modello russo, costruito sulle ceneri dell’impero sovietico, non sia applicabile all’Europa. E ciò per motivi intrinsechi alla dimensione geografica e culturale della Russia stessa e per l’assenza di un substrato sociale liberale ed illuminista, dominante invece in Europa. A decidere se la Russia sarà in grado, negli anni a venire, di costruire un’eredità molto più solida di quella sovietica e se Mosca riuscirà infine a divenire il faro dell’Occidente, per quanto improbabile sia, lo deciderà ancora una volta il tribunale della Storia.


Di Ludovico Lenners

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