La verità, a mente fredda.

Apriamo un qualsiasi giornale, un qualsiasi telegiornale, un qualsiasi social. Leggiamo le opinioni dei c.d. “esperti” politologi nostrani. Il disagio; il disagio oscillante tra idiozie e ovvietà. Ci preoccuperemo qui di analizzare i risultati del 4 marzo partito per partito, coalizione per coalizione, nella maniera in cui si sarebbe dovuto fare fin dal principio: dicendo la verità, linda e pulita quale è.

Riflessioni generali

A una settimana dal quattro marzo, in attesa della prima seduta delle Camere prevista il 23 marzo, possiamo effettuare alcune considerazioni generali sull’esito di queste elezioni, essendo ora in possesso dei dati definitivi. Innanzi tutto, nonostante sia questa cosa nota al lettore, occorre preliminarmente affermare che la diciottesima legislatura della patria Repubblica si aprirà dopo la più provinciale, becera, qualunquistica e superficiale campagna elettorale nella Storia dell’Italia unitaria. In un quadro di costante rilancio delle forze politiche di promesse sempre più inattuabili tirate fuori dal cappello del peggiore ottimismo ciarlatanesco; il dialogo e dibattito hanno infine ceduto definitivamente dinnanzi alla protervia del tifo politico in stile calcistico. Basti a questo punto pensare alle fughe dai confronti e alla totale mancanza di un faccia a faccia tra i “candidati” di punta; cose queste, che erano ormai da considerare come consolidata consuetudine nella democrazia del XXI secolo. È poi indubbio, alla luce dei risultati, che la composizione parlamentare risultante dalle consultazioni del quattro marzo sia l’ennesima manifestazione della “questione meridionale”, mai veramente risolta nel giro degli ultimi 150 anni. Abbiamo un Nord industriale, commerciale, liberista e “europeo”, sebbene a modo suo. Dall’altra parte abbiamo un Sud industrialmente sottosviluppato, affamato e che grida all’assistenzialismo. Chiaro è, dunque, che ancora una volta non si può ignorare la profonda influenza che le esigenze locali e regionali proiettano sulla determinazione della guida politica del Paese; come sempre, ancor di più rispetto alle considerazioni dottrinarie; soprattutto ora, nel mezzo dell’era post-ideologica. In terzo luogo, queste elezioni segnano in maniera quantomeno provvisoria il colpo di grazia alla “seconda repubblica”, iniziata in quel lontano 1994 con la “discesa in campo” di un imprenditore lombardo. In questa ottica, queste elezioni potrebbero rappresentare la definitiva americanizzazione della politica italiana con la sostanziale scomparsa, almeno nominativa, di una sinistra sociale tradizionale e con l’accenno verso una svolta bipolare, almeno dal punto di vista ideologico, che certo rispecchia la summa divisio Nord-Sud.

Il Centrodestra

Che dire, certamente il centrodestra è, dal punto di vista numerico, il vincitore “mutilato” di queste elezioni. Per di più, rispetto alle ultime elezioni, nonostante lo spettro dell’ingovernabilità, la coalizione blu ha incrementato il suo consenso di quasi otto punti percentuali, fagocitando così nuovamente l’elettorato che a suo tempo dette l’appoggio alla coalizione del prof. Monti (6-8% nel 2013). La novità è certamente rappresentata dal superamento della Lega – non più nordica nel nome – rispetto al partito del Cavaliere. Questo storico risultato meglio simboleggia, a nostro avviso ancor più di tutti gli altri evidenti cambiamenti che conseguono ai risultati elettorali del 2018, la fine dell’era post-tangentopoli, inesorabilmente sgnata dal dominio della scena politica da parte di Silvio Berlusconi. Matteo Salvini, il new republican in salsa italiana, è oggi il leader del centrodestra; e ciò è verità indiscussa. La strategia comunicativa salviniana, orientata al modello dei populismi destrorsi europei, è risultata vincente in un’epoca segnata dalla più significativa crisi economica degli ultimi decenni, dalla globale sfiducia nei confronti delle organizzazioni inter- e transnazionali e da un enorme flusso migratorio verso il vecchio continente dovuto alla instabilità politica del mondo arabo. Una massiccia immigrazione a cui i partiti tradizionali, classe dirigente europea inclusa, ha certamente fallito di dare un’adeguata risposta, vuoi per convinzione ideologica, vuoi per convenienza economica, vuoi per sottovalutazione del fenomeno stesso. Numericamente dunque, dal punto di vista numerico, la vittoria della Lega è da interpretare come la vittoria di Salvini, unico vincitore di queste elezioni dal punto di vista personale. L’europarlamentare milanese si trova oggi ad avere il potere di scandire gli eventi all’interno della coalizione. Sarà interessante vedere se, infine, il leader storico, “il Presidente”, la persona a cui il centrodestra deve, nel bene e nel male, la sua esistenza quale entità politica, il “caimano” Berlusconi, sconfitto sul campo di battaglia dal giovane Salvini e dalla sua veneranda età, identificherà nel ‘capitano’ della Lega il suo successore politico. Ciò, chiaramente, potrebbe avvenire solo attraverso la prestazione idonee garanzie da parte del vincente leghista: l’abbandono dell’idea di Italia fuori dall’UE e l’apertura agli interessi della grande impresa italiana. In tal caso, Berlusconi avrà finalmente trovato – almeno dal punto di vista del consenso – un degno erede per il suo lascito politico, mentre Salvini, già forte sul web, potrebbe contare sulla macchina mediatica delle imprese del Cavaliere alle prossime elezioni; la quale ha certamente più di una volta contribuito in maniera determinante alla causa del centrodestra dei primi 2000. Non colpisce, infine, il dato di Fratelli d’Italia, stabile intorno al 5%, a riprova della natura essenzialmente “romana” del fenomeno meloniano, sostanzialmente non pervenuto al di là del pomerio laziale.

Il Centrosinistra

Il centrosinistra è, come del resto i mass media continuano a ripetere in questi giorni, il perdente palese di queste elezioni. Tuttavia, vi è in questo momento una tendenza completamente erronea nel valutare i risultati della coalizione guidata dal fiorentino democratico. Del resto, si sa, la tendenza politica italiana – con particolare riferimento alla classe giornalistica (sostanzialmente composta da somari) – a salire sul carro dei vincitori è u sempre stato un ben noto tabù dal 1915 a questa parte. Si parla, negli sconfitti ambienti della sinistra post-berlingueriana, di quanto la leadership renziana abbia contribuito a devastare la “socialdemocrazia” italiana. Tale assunto, che chiaramente palesa la tradizionale arroganza dei nipotini e nipotastri di Togliatti, è basata su una lettura che non tiene conto del dato empirico; volontariamente o meno che sia. Nel 2013, in ben altro clima, il PD a guida di Pierluigi Bersani, in un complessivo risultato della coalizione di centrosinistra (“Italia, bene comune”) pari al 29,55% dei voti, raccolse il consenso del 25% degli elettori. Il PD di Renzi, 5 anni dopo, ne ha raccolto il 22%. D’altra parte, è logico ritenere che gli elettori di +Europa avrebbero, in assenza di questa, votato i Dem. Il risultato di Renzi è un risultato che, sommato ai voti di Liberi e Uguali – lista formata nella sua sostanziale interezza da fuoriusciti del Partito Democratico – ci fa tornare al 25% di Bersaniana memoria. Altro che sconfitta interna di Renzi: questa è sostanziale parità. L’unica differenza è che il risultato del PD di oggi consegue a 5 anni di legislatura in cui, un governo nominalmente di sinistra, ha dovuto affrontare le grandi difficoltà dovute, da un lato, alla tragedia della crisi economica scatenata a partire dal 2008, dall’altro, alla più grande ondata migratoria degli ultimi decenni. Il PD di Bersani, di contro, portò a casa lo stesso risultato in un’epoca in cui il MoVimento 5 Stelle non era ancora da considerarsi come una valida alternativa di governo e, dall’alto lato, connotata da una totale assenza di opposizione da destra, dovuta alle beghe giudiziarie e geopolitiche con cui Berlusconi aveva a che fare. Per di più, la perdita di quel 4% di consenso è da imputare agli stessi “amici” di Bersani, i quali hanno così privato di importanti punti percentuali il partito maggioritario della sinistra; e ciò, col solo fine di gridare, come è stato fatto, al fallimento di Renzi e della leadership centrista del PD. Ancora, il decremento complessivo dei consensi al centrosinistra nel suo complesso è piuttosto dovuto al passaggio di quel 4% ottenuto da Sinistra Ecologia e Libertà nel 2013 al sostegno alle istanze grilline. La matematica non è un’opinione:

29 – 4 = 25% (risultato sostanziale del PD + LeU).

26 + 4 = 30% (risultato M5S 2018 arrotondato per difetto).

Altro che renziani e “pidioti”. Ancora una volta, è la sinistra post-comunista ad essersi silurata da sola. Questa volta però, definitivamente. Dunque, diciamo che la “sinistra” è sì la grande sconfitta di queste elezioni; ma è quella tradizionale ad aver terminato, evidentemente, la sua lunga e tribolata esistenza. Centrodestra a trazione leghista al 37% e Centrosinistra di ispirazione liberale al 25%; e meno male che “la gente ha bisogno di sinistra”.

Il MoVimento 5 Stelle

Dulcis in fundo, veniamo a parlare del risultato pentastellato. Se Salvini è il vincitore personale di queste ultime consultazioni elettorali, il M5S lo è sicuramente come lista. Primo partito in Italia con il 32% circa di consensi, è il campione del meridione. Il voto di protesta che diviene (potenzialmente) forza di governo. Tuttavia, sulla portata di questo indubbio risultato importante del MoVimento 5 Stelle si tende, come sempre, ad esagerare. In primo luogo, va osservato che il 30% non equivale al 50+1% (rectius 40%) necessario a governare da soli; e questo la leadership grillina, così come il suo elettorato, ci ha messo all’incirca una settimana per comprenderlo. La costante critica a tutti le altre forze (loro elettori compresi) avrà forse contribuito a quell’incremento del 4-6% di consensi, ma sicuramente non facilita le consultazioni per la formazione di un governo a guida grillina; e questo anche dal punto di vista di una condotta coerente con sé stessa e verso i non pochi elettori più accaniti (“sono entrato nel MoVimento cinque stelle perché nello statuto c’è scritto che non si fanno alleanze” Alessando Di Battista, Radio 24, 3/11/2017). Dunque, quando il candidato grillino di Luigi Di Maio parla dei pentastellati come “vincitori indiscussi di queste elezioni”, evidentemente opta per un’erronea scelta di termini. D’altra parte, lo stesso fatto che il MoVimento 5 Stelle si qualificherebbe come “primo partito” è dovuto a una fictio elettorale. I risultati empirici dimostrano che le sole migrazioni di voti effettivamente verificatesi sono da qualificarsi come migrazioni interne agli schieramenti; posto che non vi sia stato, a quanto risulta dai dati, un vero e proprio esodo di preferenze, eccezion fatta per il già menzionato asse sinistra radicale-M5S, da una fazione all’altra. Questo ci porta a presumere, non a torto e a titolo di esempio, che i voti eventualmente persi da Fratelli d’Italia sarebbero ragionevolmente andati alla Lega e viceversa. Stessa cosa si può dire, come si è visto, per il Partito Democratico e +Europa. Occorre dunque considerare quindi i partiti delle “coalizioni” come correnti di una lista unica dal punto di vista fattuale – almeno per quanto riguarda la psicologia degli elettori e per quanto attiene alla fase preliminare alla formazione delle maggioranze parlamentari-. D’altra parte, la matematica ci dimostra che, anche dove vi fossero stati questi spostamenti da uno schieramento all’altro, questi si sarebbero sostanzialmente compensati.

In ogni caso, comunque vogliamo interpretare l’algebra elettorale, con la cronica instabilità di governo che continuerà a caratterizzare la politica italiana, con la fuga dei capitali e delle giovani intelligenze, il vero sconfitto di “Italia 2018” continua ad essere, come sempre, il Paese.


diLudovico Lenners

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