MOLTO RUMORE PER NULLA

Il fatto che l’attuale Governo – anzi, il MoVimento 5 Stelle – abbia posizioni alquanto altalenanti su pressoché tutti i temi centrali nell’attuale dibattito politico è noto ai più. A ben vedere, questo è uno dei segreti del suo incredibile successo politico. Tuttavia, il Ministro Di Maio sembra essere assolutamente risoluto ad annullare la procedura di affidamento per l’acquisizione di ILVA da parte del gigante della siderurgia Arcelor-Mittal. Qualora tale eventualità dovesse effettivamente verificarsi, l’inizio di un contenzioso tra la succitata multinazionale e la p.a. italiana sembra inevitabile.

Il punto è, però, che la soccombenza di quest’ultima in giudizio lo sarebbe altrettanto.

Arcelor-Mittal, infatti, è una società con sede nel Granducato di Lussemburgo e, come tale, è dunque da considerarsi una società “europea” ai sensi del TFUE. Da ciò consegue che la eventuale e futura lite, pur nel caso di un previo esaurimento dei ricorsi interni, non potrebbe – e non potrà – essere composta attraverso la procedura di arbitrato di internazionale prevista dalla Convenzione ICSID, la quale offrirebbe un meccanismo e la possibilità di ricorso a un diritto sostanziale più flessibile e rispettoso delle prerogative sovrane, vale a dire più facilmente “modellabile” onde venire incontro agli interessi nazionali italiani.

L’art. 63 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, com’è noto, stabilisce il divieto per gli Stati Membri (e dunque per l’Italia) di impedire la c.d. “libera circolazione dei capitali” di cui all’art. 26 dello stesso Trattato, uno dei quattro pilastri del mercato unico. Consistendo l’acquisizione di Ilva in un investimento, e dunque in un apporto di capitale, è indubbio che questa ricada giuridicamente nel quadro dell’art. 63.

Ora, l’art. 65 del Trattato disciplina le eccezioni alla regola del 63, ovvero i casi in cui uno Stato Membro può limitare la libertà di cui sopra senza ricadere nel divieto. La lettera b) della norma in questione individua tale possibilità nella necessità “di prendere tutte le misure necessarie per impedire violazioni della legislazione e delle regolamentazione nazionali” o “di adottare misure giustificate da motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza”.

Stando alle ridondanti dichiarazioni del Ministro, appiglio per l’annullamento della gara sarebbero le criticità indicate da un rapporto dell’ANAC. Questo, nella proroga dei termini del piano ambientale legato all’Ilva avvenuta nel corso della procedura di affidamento, ha rinvenuto delle irregolarità sotto il profilo della concorrenza. Ciò, perché si ritiene che senza tale proroga, a Arcelor-Mittale e Italacciai, si sarebbero aggiunti altri concorrenti alla gara.

Tuttavia, occorre osservare che le questioni relative al diritto della concorrenza a livello trans-nazionale all’interno della Comunità non spetta alle autorità nazionali, bensì alla Commissione Europea. Questa ha, difatti, già manifestato il suo nulla hosta alla fusione ai sensi del Reg. UE 40/2014 proprio sulle questioni relative alla concorrenza. In conseguenza di ciò, posta l’efficacia diretta delle norme comunitarie nell’ordinamento nazionale italiano ai sensi della nota sentenza Costa c. Enel, non si capisce in cosa si sostanzierebbe questa “violazione della legislazione” nazionale in merito alla fusione.

Peraltro, la posizione del Governo italiano sarebbe discutibile anche sotto altro profilo, ovvero quello degli aiuti di Stato di cui all’art. 107 TFUE. Infatti, stante sempre alle dichiarazioni di Di Maio, l’annullamento della gara perseguirebbe il fine precipuo di affidare ILVA a Italacciai – di fatto Cassa Depositi e Prestiti -, la quale ha in effetti rilanciato sull’offerta di diciotto miliardi presentata da Mittal, ma solo dopo la conclusione della procedura. Per questo motivo, un annullamento della procedura confliggerebbe con la disciplina degli aiuti di Stato laddove il trattato vieta ogni misura legislativa o amministrativa degli Stati Membri volta a favorire determinate imprese sul mercato attraverso “risorse dello Stato” – in causu: l’annullamento -. Certo è che un annullamento non comporterebbe l’automatico acquisto di ILVA da parte di Italacciai, in quanto Arcelor-Mittal avrebbe comunque il diritto di ripartecipare alla nuova gara. Tuttavia, è indubbio che, almeno dal punto di vista fattuale, il requisito del vantaggio selettivo così come tutti gli altri requisiti sanciti dall’art. 107 TFUE (risorse Statali, alterazione della concorrenza sul mercato unico) sembrerebbero soddisfatte.

Se mai fosse condannata per violazione del Trattato, l’Italia verrebbe condannata a un risarcimento, probabilmente salatissimo (almeno pari all’investimento di Italacciai) e, in caso di inottemperanza, un’ulteriore procedura d’infrazione verrebbe iniziata nei confronti della Repubblica in base agli artt. 258 e 260 TFUE.

In definitiva, posto che una soccombenza italiana in giudizio può essere quasi data per certa, con tutta probabilità la vicenda ILVA-Mittal si manifesterà ciò che forse è sempre stata: una colossale perdita di tempo (e di soldi dei tartassati contribuenti italiani!).


Ludovico Lenners

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