LA GRANDE PIAZZA

Per la sportività che contraddistingue chi scrive (come sempre dovrebbe), dobbiamo riconoscerlo, i cc.dd. “populisti” sono stati più bravi delle forze “tradizionali” a propagandare la loro causa attraverso i nuovi canali che una incompresa tecnologia ha messo loro a disposizione. Lo “Obamaismo” internazionale ha perso la battaglia per il controllo dei social media. La ha persa in Inghilterra nel giugno 2016; l’ha ripersa in America nel novembre dello stesso anno; la riperderà in Europa nel maggio 2019. Ciò perché le fasce più reazionarie della società occidentale -al contrario del linciaggio al di là muro, nelle “democrazie” proletarie- sono sempre state messe da parte, impossibilitate ad accedere a quei mezzi di comunicazione di massa meticolosamente controllati dai “corpi intermedi” della democrazia del dopoguerra.

Nel momento in cui quei “corpi intermedi” hanno cominciato a scomparire, è logico che le suddette forze si trovassero in vantaggio sulla rete, ridotta ormai da tempo a unico spazio senza regole. Uno spazio dove anche la più radicale xenofobia e il più immotivato odio sociale potevano e possono esprimersi liberamente, in assoluta parità morale con qualsiasi altro ideale pacifico. E poi, diciamocelo, nessuna folla è stata mai smossa a suon di “per favore” e “cortesemente”. Per cui non sorprende che quelle stesse forze politiche siano state le più brave ad applicare i principi della propaganda göbbelsiana al sistema di potere del nuovo millennio.

Ma non è tanto di politica che parleremo quest’oggi – o meglio, non solo – quanto piuttosto di quella ‘folla’ di cui prima. Sì, perché, di fatto, il “social network” ha creato una piazza globale, in cui passano miliardi di persone al giorno, le quali possono interagire tra loro indipendentemente dalla loro distanza fisica. Unica condizione: che si trovino sul pianeta terra – ancora per poco – e che abbiano un accesso a internet. Il più grande fallimento della Storia.

Possiamo suddividere internet in due dimensioni. La prima, quella benefica, quella che rappresenta al meglio l’intenzione iniziale è quella di Wikipedia. Internet come lo strumento per diffondere la conoscenza umana ovunque nel mondo, il mezzo ultimo per combattere l’analfabetismo e costruire un mondo migliore. E invece no; perché? Perché, infine, è proprio la seconda, quella della piazza, che ha prevalso.

È evidente a qualsiasi osservatore esterno che sui social network, Facebook in primis, è l’idiozia a trionfare tracotantemente. D’altra parte già Gustave Le Bon aveva messo in guardia il mondo dinnanzi alla volatilità e sub-intelligenza delle masse, i cui umori dipendono dalla realtà parallela alla dimensione individuale che questa configura.

Internet ha costruito questa realtà parallela, istituendo un meccanismo di interazione che ha di fatto trasformato il mondo in perpetua folla; un assembramento costante di persone in grado di interagire in tempo reale con il contenuto che viene loro presentato. E come sempre accade quando si danno le armi a chi non le sa usare, come il mito di Prometeo metteva in guardia dal fare, ecco che l’utente dei social, inondato com’è della spazzatura intellettuale generata dal grado schizofrenico di libertà garantito dal web, si fa forza da dietro lo schermo per dare sfogo ai suoi impulsi primordiali.

Ed è a questo punto che in rete proliferano i gruppi per interazioni pseudosessuali tra baby boomers, i fenomeni di stalking, di bullismo scolastico e non. È grazie a internet che il codardo ha finalmente trovato il modo di coalizzarsi in branco con il suo simile e sferrare il colpo decisivo al suo storico avversario: il culturalmente superiore non frustrato. È questo il devastante effetto della combinazione tra lo scudo di uno schermo e una rete che permette agli stupidi del mondo di organizzarsi ed esercitare la loro stoltezza – motivo per il quale qualsiasi post di Chiara Ferragni, senza aver nulla da recriminarle personalmente, ha più “lettori” di questo articolo -.

Tutto ciò assume una dimensione paradossale nel momento in cui viene ricordato il motivo primario per l’esistenza di internet: il commercio. Paradossale è in effetti, che mentre Amazon ha costruito il suo impero grazie alla vendita e consegna di prodotti al di là qualsiasi frontiera nazionale, gli stessi acquirenti di quella merce in gran parte si scagliano, su Facebook come in cabina elettorale, contro quello stesso consumismo e del meschino neoliberismo, del quale non sembrano consci di esserne il cuore pulsante.

Poteva essere un chiostro di un monastero medievale, poteva essere un’Agorà. È divenuta una preoccupante miscela tra la piazza di Porta Palazzo con il suo mercato e di Place de la Concorde con la sua ghigliottina.


Ludovico Lenners

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