LA NUOVA CACCIA AI SEGNALI

Alle moderne banche centrali, oltre alla determinazione dei tassi monetari, è stato affidato il compito di orientare i mercati finanziari. In sostanza, oltre a definire le manovre necessarie a fronteggiare la situazione economica presente, le banche centrali hanno il compito di comunicare e guidare i mercati circa le possibili evoluzioni future dell’economia. Il tutto, possibilmente, dando la sensazione di essere consapevoli della situazione (positiva o negativa che sia) ed in pieno controllo di essa.

È singolare verificare come due delle più importanti banche centrali del mondo stiano adottando atteggiamenti differenti rispetto al compito di forward guidance preteso dal mercato.

Da un lato, la BCE, decisa e precisa nell’assoluzione del suo compito, non ha mai perso occasione di rammentare ai mercati che qualora la situazione economica dovesse precipitare, non avrebbe problemi a ri-azionare gli strumenti non convenzionali; inoltre, ha sempre sottolineato puntualmente il suo ruolo e passato in rassegna l’intero arsenale delle armi a sua disposizione in ogni intervento pubblico.

Dall’altro lato dell’Atlantico, la FED, che abbiamo riscoperto tutti subire, o rischiare di farlo, in qualche misura, l’influenza politica (pericolosissimo per una banca centrale), appare estremamente attendista.

Precisiamo meglio quest’ultima affermazione. Nessuno pensa ad un Powell inconsapevole della situazione economica che sta attraversando, tuttavia, sembra evidente che i lavori della Federal Reserve procedano con il freno a mano tirato per via delle eccessive e molteplici pressioni esterne che riceve.

Il risultato di ciò sembrano essere dei mercati disorientati e confusi. Basta passare rapidamente in rassegna i bollettini economici ed ascoltare le interviste sulle attese di economisti e asset managers dei principali attori del mercato per accorgersi delle divergenze sulle aspettative circa le future mosse della banca centrale USA.

A giustificare le aspettative dei mercati per un taglio dei tassi ci sono sicuramente le tensioni commerciali tra USA e Cina ed un’inflazione intorno all’1.8% che fatica a raggiungere il 2% dichiarato obiettivo per l’economia americana dalla FED.

D’altro canto, tuttavia, l’indebitamento privato rispetto al PIL americano sembra abbastanza lontano dai livelli di allarme.

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Questo, unito a dei livelli occupazionali reputati accettabili, sta portando alcuni banchieri della FED a dichiarare pubblicamente di non vedere motivi per iniziare un ciclo di tagli dei tassi.

Uno dei principali pericoli che corre un policy maker, come insegna la teoria, è spiazzare le aspettative degli agenti. Disorientare i mercati ha l’effetto implicito di dividerli: da un lato, chi opera scontando un taglio dei tassi; dall’altro, chi pianifica mantenendo aspettative di tassi invariati. È evidente come, indipendentemente dalle decisioni che verranno prese, una parte significativa del mercato verrà sorpresa.

Marco Fabrizio

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