L’ORSO IN GABBIA

L’eterna battaglia tra il “toro”, simbolo del mercato rialzista, e l’orso, acerrimo nemico degli ottimisti, sembra sia impari al giorno d’oggi. Le ottime performance segnate dai principali indici azionari mondiali sembrano aver decretato un vincitore, almeno fino a questo momento.

Molti definiscono inspiegabile, ed infondato, l’ottimismo che da anni, ormai, attraversa i mercati.

Sempre più spesso si utilizzano locuzioni come “mercato drogato” o “bolla monetaria” per riferirsi alla differenza tra i tassi di crescita degli indici azionari ed i tassi di crescita dell’economia reale dei relativi Paesi. Per averne un esempio, basti pensare al fatto che gli indici azionari dell’eurozona sono cresciuti mediamente, dal 2 gennaio 2019 al 22 novembre 2019, del 26%. A fronte di ciò, non è un segreto, l’economia europea attraversa una fase del ciclo economico stagnante e disomogeneo tra i Paesi dell’area euro.

Dall’altra parte dell’oceano, la crescita dell’S&P 500 ha avuto lo stesso ritmo europeo, a fronte, tuttavia, di una crescita economica reale più sostenuta, pur corredata da preoccupanti ombre.

La domanda dunque sorge spontanea: la finanza si è completamente slegata dall’economia reale grazie all’infinita liquidità immessa sul mercato dalle banche centrali?

Per rispondere, bisogna per prima cosa ricordare che la finanza NON è un’alternativa all’economia, ma ne è lo strumento che consente di spostare risorse nel tempo. Pertanto, cade immediatamente la tesi di chi ritiene che la lentezza con cui cresce l’economia sia dovuta al fatto che banche ed intermediari vari stiano rinunciando a finanziare l’economia reale per fare facili profitti di breve termine in borsa.

In secondo luogo, cerchiamo di capire in che modo la liquidità immessa sui mercati dalle banche centrali cerca di far reagire la domanda aggregata. Ipotizziamo che siano disponibili due possibilità per impiegare i fondi risparmiati: una prima possibilità è prestarli allo Stato in cambio di un tasso d’interesse periodico fisso; la seconda, è quella di comprare attività produttive reali (macchinari, impianti, forza-lavoro… ecc.): di investire sostanzialmente in capitale fisico, reale.

Si immagini ora che la banca centrale, tralasciando i tecnicismi, cominci a comprare in contanti gran parte delle attività del primo tipo, ovvero i prestiti allo Stato. A questo punto, il prezzo dei titoli di Stato aumenterà e, di conseguenza, scenderanno i tassi d’interesse periodici pagati all’investitore.

La liquidità così immessa, ora, potrà nuovamente essere investita: o prestando nuovamente i soldi allo Stato in cambio di un tasso d’interesse periodico fisso e più basso del precedente, o comprando attività reali.

È presumibile che parte degli investitori che prima detenevano titoli di Stato, adesso saranno spinti a comprare attività reali grazie ai rendimenti relativamente maggiori che tali asset offrono. Come comprare attività reali? Come comprare parti di processi produttivi dell’economia reale?

Semplice, comprando quote di proprietà delle imprese, e dunque, comprando azioni.

Aumentando la domanda di attività reali (azioni), ne aumenta il prezzo (da cui i record degli indici azionari che si stanno registrando). In questo modo, diminuisce il costo del capitale utilizzato dalle imprese per finanziare i propri progetti.

In sostanza, l’incremento dei prezzi delle azioni è uno degli effetti desiderati dalla politica monetaria espansiva, ed è esattamente il mezzo attraverso il quale viene finanziata l’economia reale. Se consideriamo che la politica monetaria espansiva dura da 10 anni, il conto è presto fatto.

I mercati americani che battono record ogni giorno, dunque, non sono un effetto inspiegabile ed incontrollabile. Lo abbiamo chiesto noi alle banche centrali: lo dice la teoria, lo vediamo in pratica.

Un secondo motivo della corsa dei prezzi delle azioni è dovuto, probabilmente, alla gigantesca assicurazione lanciata dalle stesse banche centrali a tutti i mercati.

I prezzi delle azioni scontano gli utili 20 volte?

Le imprese quotate sono iper-indebitate?

Nessuno si preoccupi. Le banche centrali non faranno fallire mai più nessuno che possa mettere in crisi l’economia mondiale. Infatti, qualora se ne dovessero intravedere i rischi, abbiamo carta, inchiostro e stampanti sufficienti per ricominciare ad inondare il mondo di banconote. Per continuare la nostra metafora: hanno legato l’orso, l’hanno messo in una gabbia e l’hanno buttata in fondo al mare.

Il ragionamento dei mercati, in definitiva, si sostanzia in: “se il sistema non è crollato dal 2008 al 2011, il sistema non crolla più!”. Ecco l’unico, vero, motivo di tanto ottimismo. Ottimismo che qualche “analista” con la memoria corta scambia per “follia”.

La domanda è: per quanto regge la gabbia?


Marco Fabrizio